Alberto Madricardo

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dicembre 2004

 
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«Disuguaglianze e differenze»

 

Disuguaglianze

Crescita delle disuguaglianze, conflitti ed attriti tra differenze negli ultimi vent’anni,ecc. Processi politico- sociali corrispondenti. Le disuguaglianze sono aumentate enormemente (Gallino “Globalizzazione e disuguaglianze” Laterza Bari 2000) in relazione anche alla apertura dei mercati nella globalizzazione. Coerentemente con questa posizione, Gallino nega che la globalizzazione favorisca la crescita economica, la riduzione della disoccupazione, l'aumento della produttività e porta una serie di dati a conferma di questa convinzione. Dal 1980, anno di inizio della globalizzazione, tutti i dati relativi a questi fenomeni, riferiti all'OCSE e ai paesi dell'UE, indicherebbero un peggioramento. Questo è vero anche negli Stati Uniti. Tra gli aspetti negativi della globalizzazione, Gallino annovera: il numero dei disoccupati, che non sarebbe mai stato così alto come all'epoca della globalizzazione; il forte aumento di disuguaglianze di reddito tra strato ricco e strato povero della popolazione; il degrado economico, sociale e culturale di comunità locali, dovuto all'inurbamento e alla situazione di dipendenza da processi internazionali esogeni; la crescita degli strati più poveri della società e delle disuguaglianze di reddito; la nascita di nuove forme di disuguaglianze sia in assoluto che localmente. Il 10% della popolazione più benestante degli Stati Uniti (25 milioni di persone)ha un reddito equivalente al 43% della popolazione mondiale (più di 2 miliardi di persone) o che l '1%della popolazione mondiale più ricca (50 milioni di persone) abbia un reddito equivalente al 57% della popolazione più povera (2,8 miliardi di persone).La possibilità di una global governance è fortemente limitata da un uso unilaterale degli organismi internazionali (ONU, Banca mondiale e della Banca per i regolamenti internazionali, Organizzazione mondiale per il commercio, ecc. (J.Stiglitz: La globalizzazione e i suoi oppositori Einaudi Torino 2002). Soros denuncia la minaccia crescente di instabilità dei mercati. Le condizioni in cui effettivamente funziona in senso equilibrante la   “Invisible Hand” non sono quelle dello “stato di natura” (Adam Smith). Ma cambiamento più drammatico nella distribuzione del reddito -e direttamente dipendente da una transizione selvaggia all'economia di mercato -lo si rileva nell'ex Unione Sovietica e in molti dei paesi dell'Europa centro orientale. Negli anni '80,prima della transizione, l'indice di distribuzione del reddito era basso, cioè vi era una distribuzione con poco polarizzazione. Dopo la transizione tutti i paesi hanno sperimentato un peggioramento della distribuzione,di modesta entità in paesi come l'Ungheria o la Slovenia, di dimensioni sconvolgenti nei paesi dell'ex-unione Sovietica. In Russia,iniquità e povertà sono corse rovinosamente assieme. In meno di un decennio la Russia, che era uno dei paesi meno polarizzati, è divenuta uno dei paesi più squilibrati (al livello di paesi latino americani), con una rapida mobilità verso il basso che ha fatto balzare la quota di popolazione povera dall'11%del periodo sovietico al 43% del 1996 (prima della crisi del 1998 che ha sicuramente aggravato questa condizione).

Le disuguaglianze si riproducono nella distribuzione del reddito anche a livello nazionale: nel periodo compreso tra il 1995 e il 2002, il reddito disponibile delle famiglie italiane si è concentrato per circa il 53 per cento nelle regioni del Nord, per il 26 per cento nel Mezzogiorno e per il restante 21 per cento nel Centro, e questo nonostante il Mezzogiorno abbia registrato nello stesso periodo una crescita sostenuta del reddito stesso. Le forti disuguaglianze non esistono solo a livello regionale, ma anche tra uomini e donne, giovani e anziani. La crescita dell’occupazione registrata negli ultimi anni si è tradotta essenzialmente in crescita del lavoro femminile, ma sulle donne continua a pesare in maniera quasi esclusiva in peso della famiglia. Sono le donne a utilizzare in maniera massiccia gli strumenti di flessibilità, a cominciare dal part-time: il 70,4 per cento delle madri che lavora a tempo ridotto dichiara infatti di farlo esclusivamente per badare ai figli.

 
 
Differenze
 
 

La percezione delle differenze è cresciuta con l’omologazione economica del mercato e lo sviluppo delle relazioni di interdipendenza. Oggi si può viaggiare da un aeroporto ad un altro intorno al mondo senza cogliere differenze significative. Quartieri residenziali delle città sono simili in ogni parte del mondo. Ma questo ha accentuato, non ridotto la percezione delle differenze. Il mondo più piccolo per la velocizzazione delle relazioni e le grandi migrazioni verso i paesi più ricchi,  diminuiscono  la possibilità di  sfumature, accorcia le zone intermedie e di cuscinetto tra culture e mentalità diverse, le differenze sono più accostate, quindi risaltano di più.
Alain Touraine sottolinea che:”Oggi è l'ossessione identitaria che attanaglia i movimenti societari, la quale trasforma in straniero l'avversario e sostituisce all'ideale della liberazione la ricerca fanatica dell'omogeneità, della purezza." E ancora “Questa separazione fra circuiti e collettività, questa indifferenza dei segni della modernità rispetto al lento lavoro di socializzazione compiuto dalla famiglia o dalla scuola, insomma questa desocializzazione della cultura di massa, fa sì che viviamo insieme solo nella misura in cui compiamo gli stessi gesti e utilizziamo gli stessi oggetti, ma senza essere capaci di comunicare fra noi, al di là dello scambio dei segni della modernità in “Libertà, uguaglianza, diversità” .  “Globalizzazione è solo un insieme di tendenze, tutte rilevanti ma poco solidali fra loro. L’affermazione che sta nascendo una società mondiale, essenzialmente liberista, governata dai mercati e impermeabile agli interventi politici nazionali, è puramente ideologica." (p.15). In realtà "il mondo non si sta unificando, ma frammentando"(“Come liberarsi dal liberismo", Il Saggiatore ", Milano 2000)
Se il mondo intero si va “occidentalizzando”, ci sono dei contraccolpi profondi nel risorgere di tradizioni che a volte parevano morte o dimenticate, spesso sono addirittura inventate (E. J.Hobsbawn “La invenzione della tradizione” trad. it. prima edizione Torino 1983). Lo sviluppo incontrollato delle  relazioni e delle interdipendenze porta con sé lo sviluppo delle disuguaglianze, come aveva già ben compreso  J.J. Rousseau, che afferma: “Essendo i vincoli della servitù formati solo dalla naturale dipendenza degli uomini e dai reciproci bisogni che li uniscono, è impossibile asservire un uomo senza averlo prima messo nel caso di non poter fare senza un altro (Discorso sulla disuguaglianza”). All’interno di quale orizzonte ideologico  si compiono questi processi? Dagli anni ottanta si è fatta più forte l’influenza del pensiero “neoliberale” o neoconservatore.  I suoi ispiratori sono  Friedrich von Hayek, economista e filosofo austriaco in esilio, quest'editrice aveva pubblicato nel 1944 un libro molto influente, "La via della schiavitù"; e  Milton Friedman autore – tra l’altro - di “Capitalismo e libertà”. La scuola di Chicago, costituita da economisti detti  Chicago Boys, è divenuta celebre, e i suoi membri ne hanno portato l'influenza in tutto il mondo, e in particolare nel Cile del generale Pinochet. Per il neoliberale la libertà individuale non risulta affatto dalla democrazia politica o dai diritti garantiti dallo stato: libertà significa, al contrario, essere liberi dall'ingerenza dello stato, che deve limitarsi a stabilire una cornice per consentire il libero gioco del mercato. E' indispensabile la proprietà privata di tutti i mezzi di produzione, e dunque la privatizzazione di tutti quelli appartenenti allo stato. Il mercato ripartisce nel migliore dei modi le risorse, gli investimenti e il lavoro, mentre la beneficenza e il volontariato privati devono sostituire la quasi totalità dei programmi pubblici destinati ai gruppi socialmente meno favoriti. “La sola alternativa all’impresa privata che funziona in vista del profitto è la gestione burocratica” Ludwig von Mises “Burocrazia Rusconi Milano 1991 p. 85. L'individuo ridiventa così interamente responsabile della propria sorte. Un programma del genere  è l'esatto contrario del New Deal o della dottrina dello stato sociale.

Il fallimento del tentativo di risolvere l’economia in politica nei sistemi pianificati che stava portando alla morte della economia, ha dato forza e preminenza alla tendenza opposta: ad economicizzare la politica, ad identificare la libertà con il mercato. Ciò che a sua volta può portare alla morte (non all’estinzione prevista da Marx) della politica stessa, cioè allo svuotamento di quello che chiamiamo il “sistema democratico” e la sua sostituzione con un sistema di manipolazione universale basato sulla ricchezza e sul controllo dei mezzi di informazione.

Il successo del neoliberismo può essere spiegato come contraccolpo delle insuperabili debolezze dal punto di vista economico del sistema pianificato, andato alla rovina perché non  consente – secondo la critica liberista – il “calcolo economico”.  Ma anche con il fatto che  il fallimento del socialismo reale segna la fine l’epoca del pensiero utopico, che ha caratterizzato profondamente – forse essenzialmente – la modernità. La modernità si era aperta infatti con la fioritura della letteratura utopica. Il pensiero utopico è pensiero “finale”. Ci sono voluti più di quattro secoli perché ci si rendesse conto del carattere statico ed inumano della Utopia, della sua realtà di  incubo insonne. Nella Città del Sole  è sempre pieno meriggio e non viene mai la notte (non c’è tempo). Non è questa fissità “finale” insopportabile che getta l’uomo nella disperazione? Non è il timore della monotonia ultima che consente ad alcuni di risospingere l’umanità verso lo stato di natura e del bellum omnium contra omnes, verso una varietà rischiosa, per molti – i più – opprimente e dolorosa, ma intensa

Leopardi immagina una condizione simile dell’umanità degli inizi, cioè dopo la sua creazione. Nelle Operette Morali racconta che Giove, vedendo che  gli uomini, a differenza di tutti gli altri animali, erano minacciati dal tedio per la monotonia della loro esistenza dopo che avevano preso conoscenza del mondo, allarmato per questo: “.. primieramente diffuse tra loro una varia moltitudine di morbi e un infinito genere di altre sventure ….istituì di spaventare i mortali di tempo in tempo sapendo che il timore e i presenti pericoli riconcilierebbero alla vita almeno per breve ora….” (“Breve storia del genere umano”125-150).

C’è un nuovo Giove che vuole fare in modo che grazie all’aumento delle disuguaglianze e con le complicazioni di ogni sorta il genere umano sfugga al suo unico vero nemico mortale: il tedio? C’è un soggetto umano che ha varcato il confine e,  al di là del bene e del male, fa il male a fin di bene, non un male particolare per un bene particolare: il male in sé perché sia mantenuta  la distinzione con  il bene? Qualcuno che fabbrica una nuova storia e una nuova possibile epopea di avventure per l’umanità? Che si sporge al di fuori della dimensione della storia umana, per offrirle nuovi binari su cui ricominciare? Che si è fatto  dio, o si è fatto  “natura” (per es. con la selezione nazista delle razze o con la modificazione dei patrimoni genetici)? O che si è fatto -  secondo Nietzsche -  “oltreuomo”, per dare all’uomo “il suo bene e il suo male”? Contro la massificazione dell’uguagliamento universale, la favola del bene e del male. Un nuovo inizio di storia per il popolo bambino (Leo Strass e i neocons americani). Una nuova politica, sulla base di  una nuova favola terrorizzante - rassicurante per il popolo che fonda una nuova politica - secondo la concezione di Carl Schmitt dell’amico \ nemico, a partire da un nuovo inizio necessariamente sanguinario e sacrificale, in cui la religione è recuperata come necessario radicamento della favola del bene e del male nella trascendenza che faccia da contraltare alla fine della storia, alla omologazione del mercato e dello stato universale omogeneo (Hegel, Kojeve)? Il problema è quello  del demoniaco. Questo è  il vero problema che paralizza il pensiero razionalista nato dall’Illuminismo. Non è vero che tutto va all’infinito come pensa l’Illuminismo. C’è il momento in cui  in cui l’orizzonte cessa di  spostarsi in avanti con l’uomo, e dunque egli giunge all’orizzonte, al punto in cui  pensava di non giungere mai, dove il cielo e la terra si congiungono, dove il sole non tramonta mai ed è giorno eterno. In cui gli uomini sono ridotti come gli immortali ciechi di Borges. Dove gli uomini non muoiono, ma semplicemente ad un certo punto non si trovano più al loro posto. Questo scenario è la giustificazione ultima “caritatevole” del demoniaco (perché il demoniaco vuole mantenere la tensione: salvare il bene riaffermando l’esistenza del male).

La identificazione tra economia e politica suggella in ogni caso la fine della storia (come luogo della libera progettazione umana) e conduce allo stato universale omogeneo. La omologazione universale si compie nella omologazione del mercato. La democrazia moderna accecata da questo sguardo ultimo, vede inorridita di appartenere essa stessa alla essenza dell’utopia?

C’è la risposta antica al momento in cui l’uomo “arriva a toccare l’orizzonte”, quella cristiana: il dio che si fa uomo e assume nella trascendenza i mali degli uomini, (L’agnus dei qui tollit peccata mundi). La tensione tra bene e male diviene metafisica: è mantenuta nel conflitto escatologico. Ciò che libera  gli uomini dal tedio è la attesa del compimento escatologico. Così la storia dell’uomo  è finita e resta solo il tempo del congedo. La vera storia  dell’uomo sarà quella dello “itinerarium mentis in Deum”.   

C’è un’altra risposta? Bisogna porsi un’altra domanda. Quale è l’origine del tedio? L’impazienza, l’abbreviazione, il correre con lo sguardo inquieto immediatamente alla fine, all’orizzonte, trascurando ciò che ci sta dentro. La risposta forse è che il mondo  impari ad essere essenzialmente solo inizio. Che pensi il suo inizio radicalmente, senza perciò che eo ipso pensi la sua fine. Il suo mantenersi, senza debordare, nel suo totale iniziare. Questo richiede un pensare che si affini, autocorreggendosi, rovesciandosi, partendo dalla impasse finale invece che dall’inizio, vada più in profondità.   

 

 

 
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