Alberto Madricardo: La cultura oggi

aa

luglio 2000

 
aaaaa  

Dawnload del testo

 

Per l’avvio di una discussione sulla situazione e il ruolo della cultura oggi

  

Se cerchiamo di definire la situazione riguardo alla relazione dell’uomo occidentale con la propria esistenza, diciamo che questo è il tempo della fine dell’umanesimo, intendendo con questo affermare che con la propria esperienza l’uomo occidentale si è reso conto che  la forma del  progetto non può  esaurire pienamente la sua relazione ontologica,  poiché egli  non può fare rientrare anche se stesso tra gli elementi che è in grado di introdurre in quella e orientare  per le  finalità che la caratterizzano.

L’essenza dell’umanesimo è stata esplorata e portata nella luce dell’esperienza, che è l’elemento nel quale si manifestano tutte le possibili opposizioni alle formulazioni dell’intenzione. Tale essenza  consiste proprio nella disposizione umana a non sottrarsi a tutte le opposizioni possibili alla sua intenzione provenienti da quella che è per questo definita la realtà.  Essa sta dunque proprio nel progetto dell’uomo di fare esperienza di sé, di costruire  la propria dimora in ciò che più radicalmente si oppone alla sua intenzione. Ma l’umanesimo è essenzialmente un progetto. E il progetto dell’uomo di stare nell’opposto è un venire ad essere in questo nel fine compiuto. Tale venire ad essere nel fine è bensì una disposizione, ma anche una riserva nei confronti dell’essere: l’uomo dell’umanesimo sta aperto nell’elemento dell’opposto solo limitatamente, nella direzione del suo fine.

Il riconoscimento della sua inadeguatezza nell’opposto in nessun modo comporta l’abbandono della necessità che l’uomo ponga nell’opposto stesso  la base della sua esistenza,  anzi, al contrario, la esperienza del limite ontologico del progetto spinge ancor più l’uomo nell’opposto,  rivela che egli non viene ad essere nel fine, ma si trova nella apertura senza riparo dell’opposizione. Nel tramonto dell’umanesimo appare “in controluce” la riserva, e dunque il limite costitutivo di esso, che limita e impedisce ancora la piena assunzione da parte dell’uomo della propria condizione nell’essere: lo stare nell’opposto di sé limitatamente alla realizzazione del fine progettuale. Ma il fine è anche la fine, l’amore per il fine è amore per la fine: l’umanesimo porta in sé il seme del nichilismo. Vi è perciò nell’umanesimo questa “pecca d’origine” che deve ora essere pienamente rilevata, se si vuole che l’umanesimo, come esperienza, sia veramente compiuto. Il rivolgersi al fine e alla fine è manifestazione di un’impazienza ontologica, di un’inquietudine e di una riserva non risolte nei confronti dell’esistenza.

Così appare che la vera  questione ontologica  non è quella del fine, bensì quella  dell’inizio, a cui indirettamente, specularmente, lo stesso umanesimo  allude attraverso il riferimento al fine e alla fine. L’uomo sta nell’opposto di sé come nella propria dimora  non finendo, ma iniziando.

La constatazione dell’inadeguatezza della relazione ontologica affermata dall’umanesimo apre ad un diverso approccio a tale relazione da parte dell’uomo occidentale. Indicarlo, esplicitarlo, realizzarlo è il vero compito della cultura, nelle sue molteplici realtà ed articolazioni.

Pare però che a questo compito la nostra cultura, perciò stesso affetta da un frustrante senso di inutilità, tenda oggi a sottrarsi. Ma poiché questo è un tempo vuoto di fine, deve essere pieno di inizio.

 

La cultura di questo tempo, tuttavia, piuttosto sembra enfatizzare la rassegnazione di stare nell’orizzonte del dominio della tecnica, che è la manifestazione della forma della relazione teleologica “umanistica” e della autoprogettualità finalizzata dell’uomo, rimaste solo come forma paradossale, senza un contenuto finale. La “potenza della tecnica” viene lamentata e addotta come ragione insuperabile della situazione di marginalità in cui versa la cultura e motivazione del suo arroccamento, ma qui sta il vero pericolo. Si parla di  potenza e si evita di dover  parlare di impotenza.  La tecnica non è altro che l’insieme dei mezzi e delle procedure più o meno efficaci con cui tendiamo a rendere meno difficile la nostra permanenza in questo mondo, riconosciuto come dato. In nessun modo essa può essere ritenuta responsabile dell’impotenza della cultura a impostare una relazione ontologica “adeguata” dell’uomo occidentale.

Non la potenza della tecnica piega l’uomo, ma la debolezza che lo porta a tentare di nascondere la sua  impotenza. La cultura non realizza  il proprio compito quando esalta la potenza e il dominio dell’uomo come altro da sé, ma quando si pone in discussione e denuncia la sua propria impotenza. Viceversa, la cultura che denuncia senza ricercare giustificazioni e alibi la propria impotenza non è, perciò stesso, una cultura impotente, perché non crea rassegnazione e  rassicurazione. Al contrario, suscita allarme, risveglia le coscienze, indica il pericolo tanto più quando pochi o nessuno mostrano di accorgersene. 

La cultura, quando è autenticamente tale, allena non alla speranza, ma all’opposto escludente ogni speranza. Nel medesimo tempo però, e in pari misura, lotta contro ogni rinuncia, ogni accomodamento o rassegnazione,  per far sì che l’assenza di speranza coincida non con la diminuzione, ma  con  il dispiegarsi, nella coincidenza degli opposti del non sperare nulla e non rinunciare a nulla, della  intensità della vita.

Il riconoscimento  del dominio intrascendibile della tecnica è la manifestazione dell’incapacità della cultura di mantenere aperto il presente nella sua essenza iniziale.

Solo per l'uomo c’è il problema di dare forma, cioè senso, al suo esistere, e questo è un problema sempre  insostenibile per lui, poiché egli lo concepisce, ma insieme ne è suo malgrado afferrato e dominato. Così non può risolverlo, ma nemmeno eliminarlo: esso costituisce la trama stessa della sua vita. 

 

La speranza allontana dal presente, ma il presente non attenuato dalla speranza risulta più pesante del piombo. Questo è il nodo che non si districa.  Ma, vivendo pienamente e senza alibi, nella parità, questa insostenibile  opposizione, si entra nel proprio tempo, fin nella sua intima, iniziale apertura. In questa intimità del tempo in cui si manifestano in uno  la massima chiusura e la massima apertura, il proprio  e l’opposto coincidono, non comprimendosi l’un l’altro, ma aprendosi ciascuno nell’altro. Così si produce il presente come generazione. Ma il presente inizialmente  si presenta come nodo inestricabile e via sbarrata, come rovescio che esclude dall’opposto. Nessun uomo è in grado di affrontare adeguatamente la propria situazione essenziale. Questo è elemento comune della comune condizione umana, il negativo in cui tutti  gli uomini si incontrano. Per questo esso riguarda, è di competenza della cultura, la quale è essenzialmente manifestazione esplicita e consapevole di quanto di comune gli uomini sono capaci di realizzare. E’ ben vero che della propria vita ciascun uomo in ultima istanza decide per sé, e nessuno può farlo  per lui. Ma è vero anche che le disposizioni comuni, cioè culturali,  possono facilitare o interporre ostacoli all’orientamento e all’esperienza decisiva di ognuno.

Solo in un’esperienza assolutamente individuale, può darsi l’ intimità aperta dell’opposto, il “potere dell’inizio”, la generazione di senso. E’ questa la “cruna dell’ago” da cui, insieme in quanto ciascuno per sé, siamo perpetuamente respinti e parimenti  richiamati, è questo il paradosso radicale costitutivo della condizione umana, che non può essere tolto, poiché è la vita stessa, ma che può essere relativamente obliato nella riduzione e smorzamento della vita, dalla cultura dei tempi “deboli”, nei quali le coscienze si assopiscono nella penombra della rassegnazione.Tale cultura non è nemmeno nulla, perché per essa anche il nulla è troppo.

  La formidabile “scuola di necessità”, che pure è la scienza, non ci libera di per sé dal pericolo della debolezza e dell’oblio nichilistico della vita.

Chi fa cultura  deve operare consapevolmente per impedire che l’umanità rimanga, nell’alibi della “potenza della tecnica”,  divisa tra élite di febbrili ricercatori mossi da una demoniaca, nichilistica volontà di potenza, che si assoggettano alla necessità non per riconoscimento di essa quale “porta del presente” e per il puro  amore dell’opposto, ma allo scopo evasivo di scaricare sugli altri, dominandoli, il peso del proprio nulla, e grandi masse perdute nel sogno mediatico, assopite nella mitologia  tecnologica.

L’uomo occidentale ha trovato nel nichilismo l’ultimo ostacolo che da sempre lo attende. Il nichilismo è la ragione prima e la fonte di ogni tirannia, che è spirituale prima che politica. Inutile opporsi alle tirannie politiche se non ci si oppone prima alla tirannia della mancanza di senso: gli uomini  si assoggettano ad altri uomini  dopo, non prima di essersi rassegnati e assoggettati al proprio insensato essere dati a se stessi.

Non importa, anzi, importa assolutamente, che questa impresa sia stata tentata infinite volte:  nel dover essere continuamente di nuovo per la prima volta iniziata consiste proprio la sua essenza. Il nichilismo viceversa si presenta come ripetizione, stanchezza e inutilità dell’inizio. Ma l’inizio è il nichilismo stesso: inizia come approccio alla stanchezza e alla vanità dell’inizio, come impotenza a dire l’essenziale con le parole. Queste si presentano  inadeguate,  ma trovano legittimità ed efficacia  nell’alludere al loro limite costitutivo intrascendibile in quanto meri strumenti dell’essenziale. Riescono a porre così, e contrario, in evidenza l’intensità dello sforzo di comunicazione e di comunione da cui provengono, e a offrire, con questa, quella intensa base comune di cui ha bisogno  una impresa che  non può che essere assolutamente  individuale.  

 

 

 
aaaa