Nives De Meo: 

IL BACO FILOSOFICO

la trappola e la metamorfosi rischiosa

 

 

 

aa

dicembre 2003

 

aaaaa

 

 

Wittgenstein considera la filosofia come una specie di malattia, per la quale non esiste una cura definitiva:

 

“...la miglior terapia sarebbe di smettere di filo-sofare,

in modo che i problemi filosofici svanissero definitivamente.”

                                                  (Witt., Ricerche filosofiche)

 

Riprendiamo con Wittgenstein il problema dell’invischiante rapporto che la filosofia intrattiene col linguaggio, a causa del quale viene a trovarsi di fronte a frequenti empasse.

 

In Ricerche filosofiche, Wittgenstein, rappresenta la situazione con la metafora della mosca intrappolata nella bottiglia.

 E, alla domanda : “qual è il modo migliore per liberare la mosca dalla sua prigionia ?” - suggerisce :

 

"indicare alla mosca la via d'uscita... dalla trappola."

                                                                     (Witt., ivi)   

 

 La filosofia dunque dovrebbe insegnare alla mosca, vale a dire al linguaggio, come uscire dalla bottiglia, cioè dalla trappola in cui è finito nei suoi usi metafisici, grazie ad una terapia che riporti le parole ‘sgrammaticate‘ della metafisica agli usi linguistici del linguaggio comune.

Ricondotti a pura forma grammaticale, i problemi filosofici si rivelano per quello che sono: sfilze di parole prive di senso, ‘edifici di carta’, che è opportuno demolire, per farli scomparire.

Gli enunciati della filosofia, della metafisica, dell'etica e dell'estetica, nascono dal tentativo di varcare i limiti del linguaggio e (quindi...) del mondo.

 

In questo senso, la filosofia deve abbandonare la pretesa di costruire teorie della realtà, perché è solo un'attività di chiarificazione di ciò che si può dire o non si può dire.

E, in questa sua peculiare attività, crea proposizioni prive di senso, utili come una scala per salire, che viene abbandonata una volta giunti in alto:

a delimitare ‘il dicibile e l'indicibile’.

 

Perché la chiarezza sia completa i problemi filosofici

debbono dileguarsi.

La filosofia non ha tesi da esporre, ma percorsi da suggerire e i problemi filosofici sorgono quando la struttura del linguaggio e le sue rappresentazioni portano a fraintenderne il senso.

Non sono di natura empirica e si risolvono nel comprendere la funzione del linguaggio che lo fa riconoscere.

Si risolvono chiarificando i concetti che già possediamo.

 

“La filosofia è una battaglia contro l'incantamento del nostro intelletto per mezzo del nostro linguaggio.”

        (Witt., ivi)

 

Ha una funzione persuasiva e dialogica per superare le resistenze e abbandonare le nostre labili convinzioni.

 

E’ possibile una chiarificazione concettuale solo se si riesce a rendere conto della grammatica di un concetto nel contesto delle grammatiche di concetti simili, per scoprire il significato del gioco linguistico che si sta giocando.

La parola ‘sapere’ vuol dire innanzi tutto discernerne gli usi del termine.

 

La possibilità di mostrare le regole che vincolano il gioco che stiamo giocando dicendo "io so che...", costringe il filosofo a stimarne i limiti d'uso, mostrando le diverse strade che conducono dal senso al non senso, le strade percorse, che hanno costretto ad immergerci nella riflessione filosofica.

 

La filosofia dovrebbe trasformare non sensi nascosti in assurdità palesi, paradossi manifesti in banalità.

 

La grammatica che sorregge l'uso di un determinato concetto, mostra il non senso che deriva dai fraintendimenti nell'uso.

Un non senso che aleggia intorno a ciò che è conforme alla regola.

 

Ma se la filosofia deve indicare la via d'uscita, uscire è compito di ciascuno.

Compito del filosofo è quello di portare ad una riflessione autonoma, perché non vi è una meta da raggiungere ma solo un percorso da seguire (un metodo da praticare)

Il filosofo deve cercare la via per rendere accettabile la terapia che suggerisce.

 

“Perché una battuta di spirito grammaticale ci sembra profonda? (e questa è appunto la profondità filosofica).

                                                                                

L'umorismo filosofico è un mezzo per mostrare alla mosca quale cammino non debba seguire.

 

L'umorismo nasce proprio dal gesto che rende evidente lo scarto tra una proposizione o un comportamento apparentemente sensati e la loro pretesa applicazione ad un contesto concreto che li priva di ogni sensatezza.”

          (ivi)

 

Così Wittgenstein.

 

Ma cosa dire, a questo punto, di una filosofia che vorrebbe eludere se stessa(1) per non doversi definire mediante atti linguistici?(2)

(problema autologico)

 

Innanzi tutto conviene sostituire la famosa mosca wittgensteiniana con un'altra metafora mutuata dal mondo animale per rendere più didascalico il discorso.

                                           

Una filosofia che, per eliminarsi come problema filosofico, pretenda di auto-limitarsi in quanto discorso, è simile ad un baco da seta che si annicchia in un bozzolo, avvolgendosi di fili che lo intrappolano(3). Lacci e laccetti che, da un lato ne proteggono lo stato larvale e favoriscono la metamorfosi della pupa nella crisalide, dall’altro sono destinati ad una inevitabile soluzione di continuità per consentire alla farfalla metamorfosata la fuoriuscita.

 

Può l’attività filosofica, descritta da Wittgenstein nella sua funzione terapeutica nei confronti del linguaggio, essere auto-referenziale prescindendo da vincoli linguistici?

Senza cadere in una strutturale incoerenza?

                                                                            

Dice il baco filosofico :

 

“La vera scoperta è quella che mi rende capace di smettere

di filo-sofare quando voglio.

 

e anche

 

“Cio che è nascosto non ci interessa”

 

“...di  tutto ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. “

                                        (Witt., Ricerche filosofiche)

 

 

Se non c’è via d’uscita e il pensiero si fa aporetico l’unica alternativa è ‘il silenzio’?         

 

Ciò che mette a riposo la filosofia, in modo che essa non rischi più di mettere in questione se stessa, non può essere un metodo della filosofia, e se le proposizioni del linguaggio sono la forma generale dei fatti, nessuna proposizione può rappresentare ciò che la rende rappresentativa del mondo:

 

 il ‘quid’ che la rende descrizione isomorfa del mondo.

 

Bisognerebbe uscire sia dal mondo sia dal linguaggio, per tentare di meta-rappresentare quel che è oltre il mondo e il linguaggio, vale a dire

ciò che non è dicibile e rappresentabile (se non in modo banalmente ostensivo):

 

le funzioni del ‘dire’ e del ‘rappresentare’.

 

Se il primo problema posto è di natura propriamente linguistica, il secondo si riferisce a quella particolare attività noetico-linguistica che caratterizza la filosofia e che appartiene alla natura trascendentale del logos filosofico.

 

Esiste un pensiero che prescinde dal linguaggio?(4)

 

Nell’attesa di una ‘accettabile risposta‘ a questo genere di insidiose domande, per superare lo scacco che è costretta a subire nella constatazione dell'incompletezza dell'attività che la definisce, alla filosofia conviene,nel frattempo, verificare continuamente il proprio arsenale metodologico, mettere alla prova la propria consistenza logica e tenere sotto controllo i residui metafisici che la supportano.

Familiarizzare con altri linguaggi.

Nutrirsi di nuovi contenuti semantici, mutuare categorie e paradigmi da ambiti di ricerca nei confronti dei quali può continuare a svolgere il suo compito di analisi critica e di riflessione, per individuarne il valore teoretico, le implicazioni etiche e l’apporto cognitivo, ma con tutta l’umiltà, così rara nei ‘luoghi filosofici’, che richiede la consapevolezza che fare filosofia non può ridursi a commentare ed interpretare eternamente Platone o Hegel, senza interrogarsi sulla liceità di un metodo che tende a non rinnovarsi .

 

 Deve riconoscere la necessità di rigenerarsi, metamorfizzare e uscire allo scoperto.

          

“...quello che io faccio è di proporre o addirittura inventare

altri modi di considerare un concetto. Suggerisco possibilità

alle quali non avevate mai pensato…Così vi ho liberato

dal vostro crampo mentale e ora potete guardarvi

intorno nel campo dell'uso dell'espressione e descrivere

i suoi diversi tipi d'uso.

                            (ivi)

 

Operazioni queste che richiedono scelte e impongono decisioni; unitamente alla assunzione implicita della responsabilità per i rischi(5) che comportano.

 

I rischi sono situazioni estreme, di confine, la cui modalità consiste nella tensione tra una situazione data ed eventualità prossime future sconosciute, che potrebbero peggiorare la situazione.

 

Contenere gli esiti sfavorevoli, cercando di vincolare, circoscrivere e quantificare i rischi e affidare ad una tecnica la funzione decisionale per risolvere la tensione, è uno degli obiettivi di tendenza delle società occidentali.

 

Mentre, come nel caso della filosofia, un futuro dipendente da scelte decisionali di un soggetto, è in qualche modo condizionato dal medesimo; è perciò difficile esorcizzare e difendersi in modo pre-ventivo da errori di valutazione.

 

E’ necessario quindi, come suggerisce Jonas(6), assumersi  la responsabilità di tutte le conseguenze derivanti da scelte decisionali i cui rischi non possono essere  automaticamente calcolati.

 

Tuttavia, paradossalmente, i comportamenti a rischio sono spesso i più idonei per prendere delle decisioni indifferibili. 

Meno calcolato e dunque vincolato è il rischio e maggiori sono anche le opportunità favorevoli.

 

Aumentando i ‘gradi di libertà del rischio’, aumentano in forma non lineare, non solo le possibilità di eventi dannosi o addirittura catastrofici, ma anche le possibilità favorevoli .(7)

 

Rinunciare a rischiare potrebbe portare in una situazione ancor più rischiosa, in quanto la rinuncia a rischiare comporta la perdita di opportunità che si offrono solo nel momento in cui si opta, in una situazione meta-decisionale, per la situazione rischiosa.

 

Che cosa rischia una filosofia che non vuole rompere il bozzolo, per uscire dalla trappola in cui si è rinchiusa?

 

Una forma insidiosa di rischio può derivare dal tentativo di separazione assoluta del soggetto filosofico dal mondo; di chiusura totale dei rapporti con esso nella ricerca di autosufficienza e forse di autodistruzione, che si realizzano in forma di isolamento autistico di un sistema totalmente autarchico che esige, per la determinazione di se come oggettivamente esistente, una pratica interpretativa in cui è necessario decidere continuamente l'indecidibile.

 

Perduti i contatti col mondo, da cui prendere alimento, infatti, il soggetto filosofico è destinato a smarrirsi nei vortici dei suoi meccanismi formali, che girano a vuoto e condannano il senso a restare vittima della sua strutturale circolarità e delle proprie tautologie formali.

Intrappolato nel suo sistema, il soggetto filosofico non ha più a disposizione una quantità sufficiente di  entropia esterna, di messaggi non codificati, che interrompano il circolo perverso dell'autoriferimento tautologico puro e gli offrano la possibilità di rigenerarsi.

______________________________________________________________

(1) cfr Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, Bruno Mondadori 1996

          nota in fine pagina 237 ( commentando Spencer Brown)

 

:”... Il rischio epistemologico di ogni sapere (sophia) sta appunto nel fatto che esso deve rendere invisibile qualcosa; E tra l’altro se stesso! “

 

(2) John L. Austin, Cosa fare con le parole (lezioni americane),1955.

     John Searle, Atti linguistici, 1970.

 

(3) trappola: dal longobardo trappa = laccio, con suffisso

diminutivo.

(Devoto Oli)

 

(4) cfr John Searle, Mente, Cervello e Intelligenza, Milano, Bompiani 1988,

 capitolo I, Il problema mente-corpo

 

“..la capacità che ha il linguaggio di rappresentare oggetti e fatti è parte di una capacità più generale della mente.

Dunque una spiegazione del linguaggio presuppone una spiegazione della mente.

(...) la filosofia del linguaggio è una branca della filosofia della mente."

( Serle, in tal modo ribalta radicalmente le idee dei "fondatori" come

Frege e Wittgenstein che davano priorità esplicativa al linguaggio sul pensiero.)

 

(5) Stefano Maso, Rischio, Libreria editrice Cafoscarina 2003

 

(6) Hans Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi 1990.

 

(7) Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, Bruno Mondadori 1996

 

 
 
 

 

aaaa