Eros e corpo

     

(*)

...

 Athena

 ... parliamo dei mortali all'interno dei loro stessi miti ...

 ... solo in questo modo possiamo comunicare con loro ...

 

Il mito del corpo mi fa pensare al Christo...

 che ama l'uomo ... la sua fisicità ... e desidera quindi

possedere un corpo ....

 

Come tutti gli uomini diviene soggetto al dolore ... e ad una  morte

 orribile e consapevole ...

 

Hera

 

La sua passione per il sacrificio ... ha reso terribile la sua morte!

 

Christo è l'onnipotenza sacrificale per eccellenza:

origine e testimonianza di una cultura votata al dolore.

 

Athena

 

La passione  riferita al Christo non comincia col Calvario

e non si risolve unicamente nel dolore ...

Si manifesta nel momento in cui il figlio di un dio

s’innamora perdutamente dell'uomo…

Non si tratta di una religione della morte ...

ma dell'amore ... nel senso più forte del termine ...

 

Hera

 La messa-in-scena della sua morte è un inno al sacrificio ...

curata nel dettaglio!

 

Athena

 Tutte le grandi tragedie d'amore finiscono con la morte!

Innamorato dell'uomo/corpo e quindi del suo sé/incarnato ...

 Christo ...figlio di sola madre …

 

 Hera

 

... come tu sei figlia di solo padre!...

 

Athena

 ...  di un dio assente...

sostituito da un falegname che lo proteggere, muto, dal deferente amore di una donna senza macchia ...

 

Hera

(pungente)

... condannata ad essere un’eterna vergine come te!

 

 

Athena

 Una situazione così anomala non poteva che generare una personalità del tutto eccezionale.

Nasce nel figlio dell'uomo, fortissimo, il desiderio

di essere posseduto ...

si fa quindi vittima e si offre in pasto per essere divorato ...

 

Hera

 L'apice della sublimazione narcisistica!

 

Athena

 Con la consumazione del corpo e l'assorbimento del sangue, l'uomo possiede il Christo ...

 

Nella messa viene ripetuto il rito dell'adorazione e della fusione orgiastica per divoramento ...

... i fedeli assistono e partecipano all'intimo rapporto tra il celebrante e il Christo ...

E tutti sono invitati alla mensa divina ...

...

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In versione Novembre 1998 di  Nives  De Meo,

brano tratto da 'Dialoghi Hera/Athena’,

di Sandra Caroldi e Nives De Meo

 

 (*) DIALOGHI HERA/ATHENA

 

Apertura scenica

 

Nell'oscurità si accende un monitor su cui scorre una videata letta da

una voce metallica:

 

Prologo

Sono Hermes, colui che traduce il divino  agli uomini e l'umano  agli dei.

Evocherò per voi una storia:

Si narra che il Caso facesse esplodere l'Eternità.

Il Tempo così si generò.

Kronos, signore del tempo, aprì le porte del suo regno.

Nacque il Gioco della vita.

Il Gioco portò con sè ogni cosa  e in uno scrigno custodì i segreti del cosmo.

Agli Dei, abitatori dell'Eternità, venne dato di affrontare nuovi enigmi.

Vincitore del gioco: colui che fosse riuscito a sciogliere l'Enigma del Tempo.

Athena ed Era raccolsero la sfida.

Zeus sorrise.

Per acquisire esperienze, le due dee si recarono sulla terra tra i mortali, dove Kronos aveva insediato il suo regno e frequentarono ciclicamente il mondo degli umani.

Abitarono entità di volta in volta diverse e sperimentarono l'esistenza al fine di comprenderne il senso:

indagarono sulla vita, sulla morte, sull'amore, sul dolore, conobbero  mitologie, religioni, storie e visioni del mondo.

Appresero teorie e profezie.

Divennero maestre del gioco, dell'arte e della poesia e profonde conoscitrici del rapporto uomo/dio.

I soggiorni delle due dee sulla terra, erano vissuti nella dimensione della memoria, all'interno della quale  obliavano la loro provenienza divina.

Dopo ogni ciclo, tornavano nell'Olimpo nelle vesti di dee, ma con tutta l'esperienza accumulata durante i frequenti soggiorni sulla terra.

Cominciarono quindi a soffrire di un male prima sconosciuto: la nostalgia.

La ritrovata divinità non aveva alcun potere sulla memoria.

Anche nell'Olimpo ora le dee ricordano, e ricordare reca sofferenza.

 

 

 

Installazione di MAURIZIO PELLEGRIN

su L'ALTARE DEL CROCEFISSO,

BASILICA   'SAN GIOVANNI E PAOLO'

IN VENEZIA

 

(testi di Nives De Meo, 1998)

 

 

La scenografica di sfondo e le piccole statue in bronzo della vergine e di san Giovanni in basso ai lati della croce (1585 ca),

di Alessandro Vittoria (1525-1608)

 

Il Cristo di marmo bianco che si staglia ed emerge al centro (1664),

di Francesco Cavrioli

 

Il drappo rosso ai piedi della croce e le rosse forme sparse,

di Maurizio Pellegrin (1998) 

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L'atro sfondo: la morte ricacciata                    

                                                                          (Il nero)

 

Le belle membra di marmo: l'innocenza (s)offerta che si abbandona all'amore e trionfa esangue sulla morte                                                                                                                                                     (il bianco)

 

Il rosso diffuso: commistione di passione e amore       

                                                                         ( il rosso)

 

 

Un corpo di uomo morente, esangue, agonizzante, spogliato di tutte le vesti, gli occhi socchiusi, il capo reclinato, ostenta dalla croce la propria nuda sofferenza, offre se stesso e dice:

 

 "prendete e mangiate questo è il mio corpo,

prendete e bevete questo è il mio sangue..."

 

La croce come metafora dell'ostentazione e dell'offerta del corpo.

 

 

Alla sua destra la piccola madre abbassa lo sguardo e l'apostolo Giovanni in ombra, contempla

l'Adorabile

 

                                         Iesu, rex admirabilis

                                                                 .........

                                           dulcedo inneffabilis,

                                           totus desiderabilis

                                                                 ..........

                                                                                                                  (hymnus)

     (Giovanni Pierluigi da Palestrina, um 1525 - 1594)

 

 

Ai piedi della croce, rosso, il sangue versato

 

Redenzione e coscienza mediate dall'amore, che dissolve i ruoli e rivela ciò che unisce uomini e dei.

 

Chi senza ipocrisia si lascia travolgere dall'amore, è reso partecipe della  rivelazione di una Verità espressa nell'equazione paradossale:

 

 sacralità = sensualità =  massima donazione di sè

 

Dio possiede dunque rivela, ma vuole anche essere posseduto

 

Con la consumazione del corpo e l'assorbimento del sangue,  l'uomo realizza il possesso del dio:

 

Cujus latus perforatum

 unda fluxit et sanguine

Esto nobis praegustatum

in mortis examine

 

canta l'Ave verum corpus …  (celebre quello di Mozart …) 

 

Chi ha un rapporto intimo col divino diviene simile a dio.

Sacralità e ambi-guità dell'amore.

 

Privato dell'intimità col dio, l'uomo è solo una maschera infelice

 

L'esperienza di una sessualità innocente trasforma e riporta all'originaria condizione esistenziale.

 

                                                                                Nives De Meo

 

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Foto e testo in catalogo

 

REFLECTION AND INTENTION

 

di Maurizio Pellegrin

 

arsenale et  editrice

 

Testi di vari autori

Fotografie di Mark Edward Smith

Cenni Storici e artistici di Lorenza A. Smith

 

1998