Stefano Maso: Prudenza e rischio

aa

febbraio 1999

 
aaaaa  

 

È possibile, per l’uomo, essere imprudente, cioè decidere di correre qualche rischio nella propria azione e nelle proprie decisioni; è possibile per l’uomo abbracciare - almeno in parte, ma poi in realtà definitivamente - la propria insicurezza, accettare la provvisorietà che sembra caratterizzare la propria esistenza.

L'alpinista - sia lo scalatore romantico di un tempo sia quello di oggi dibattuto tra il fascino dell'avventura, i principi del free climbing e i frutti della tecnologia avanzata messi a sua disposizione - può rappresentare il prototipo dell'uomo che decide di confrontarsi con l'insicurezza. Proprio l'alpinista ama distinguere tra pericolo oggettivo (le slavine, i seracchi, la friabilità della roccia, la variazione climatica) e l'imponderabile rischio legato a una scelta improvvisa sentita come improrogabile. Un appiglio piuttosto che un altro, la velocità per un passaggio 'in libera' oppure la cauta lentezza delle procedure di assicurazione, l'uno o l'altro squarcio di sole, l'ora migliore per attaccare la parete: è continuamente messa in campo la capacità di concentrazione nello scegliere ciò che consente di passar oltre, di superare l'ostacolo. L'alpinista si mette alla prova continuamente nel senso che continuamente mette in gioco la propria stabilità per guadagnare una stabilità ulteriore. In fin dei conti, il coraggio dell'alpinista (ajndreiva) si manifesta di fronte al pericolo (kivnduno") ed è alimentato dalla ragione (frovnhsi"). Proprio il triangolo cui si riferiva Platone.

Ma perché l'alpinista non si accontenta? Perché la ragione (frovnhsi") non è in grado di trattenere il coraggioso dall'abbandonare le sicurezze acquisite, dal rimettere in discussione la stabilità?

L'alpinista risponde in modo istintivo e per lo più deludente a queste domande[1], perché da un lato mira a fare di sé e della propria attività sportiva qualcosa di responsabile e di stabilmente guadagnato; dall'altro, è quella stessa attività sportiva che per essenza è aperta all'instabilità. Prudenza/imprudenza si scontrano per necessità; solo a posteriori si potranno valutare e misurare gli scarti effettivi dalla stabilità, mentre, prima di effettuare un 'certo passaggio', una 'certa via', per quanto pretendesse di essere perfettamente calcolatore l'alpinista ha dovuto osare, ha voluto avventurarsi.

L'alpinista accetta la provvisorietà che caratterizza la propria dimensione di vita, ma per farlo si autoconvince che si tratta di una situazione controllabile, che la paura di precipitare e fallire è da lui domata, nonostante nel profondo sia ben viva e lo sfidi. Ecco la confidenza dichiarata con il vuoto, l'esperienza fisica del limite nello sforzo, nel resistere alle avversità, nel contrastare l'impazienza.

 

L'immagine-mito di Fetonte a questo punto soccorre e aiuta a trovare qualche spiegazione.

Come l'alpinista, l'eroe deve decidere se vuole o non vuole «salire», cioè sperimentare la guida del carro solare, se sarà in grado o meno di reggerne le redini tra le mille difficoltà del percorso: se vorrà saggiare la propria virtù.

Il filosofo Seneca, evocando il quadro proposto da Ovidio nelle Metamorfosi (2, 227 ss.), scrive che, «una volta udite le varie raccomandazioni, quel generoso giovane esclamò: ‘È un percorso che mi attira, salgo: è grande impresa andare per questa strada dove corro il rischio di cadere’ … Dopodiché ordinò: ‘Attacca il carro affidatomi: da ciò che credi debba spaventarmi in realtà sono eccitato; mi piace stare a piè fermo là dove il Sole medesimo esita’. È proprio dell'uomo vile e debole incamminarsi lungo un percorso protetto: la virtù sale verso luoghi elevati»[2].

Si osservi la baldanza di Fetonte, ma soprattutto un aspetto: saggiare la propria virtù (cioè mettere a repentaglio la propria stabilità) è eccitante: «da ciò che credi debba spaventarmi (deterreri), in realtà sono eccitato (incitor)». C'è un piacere (libet) che emana dall'instabilità. Fetonte e l'alpinista provano piacere nel cimentarsi, nel saggiare la propria intelligenza e la propria abilità di fronte al rischio: piacere nell'abbandonare la sicurezza di ciò che è abitudinario, ovvio.

Entrambi confidano nei propri mezzi, entrambi si eccitano e si esaltano nell'estremo pericolo. Fetonte e l'alpinista (ma così anche qualsiasi altro sportivo che sperimenti l'estremo) non potrebbero vivere rinunciando a ciò.

Addirittura, la precarietà della condizione di scelta si trasforma in un dato qualificante. Solo là dove il decidere si ripresenta con la stessa intensità e provvisorietà esso non chiude lo spazio e non acquieta l'eccitazione.

 

Ma un'altra figura-mito, quella di Sisifo, accompagna l'alpinista, il «salire» dell'alpinista.

Sisifo è - secondo una ben attestata tradizione - il vero padre di Ulisse[3]: è dunque l'eroe che per primo valorizza l'ingegno e che è pronto a sfidare la morte. Proprio per questo sarà punito in modo esemplare: dovrà spingere in salita un masso fino al crinale della montagna; ma allora quel masso rotolerà daccapo a valle e tutta l'operazione ricomincerà[4]. Come dire: tutto l'ingegno di Sisifo sarà occupato in un'attività totalmente inutile. Sisifo diviene eroe dell'assurdo. Così accade anche per l'alpinista?

La montagna è lì davanti, attende il salire faticoso e denso di insidie, eppure eccitante perché mette alla prova fino in fondo lo scalatore. La cima è raggiunta, ma poi? L'ebbrezza si muta in disincanto durante la discesa: si accompagna infatti non solo la sensazione che si stia abbandonando il luogo dell'ebbrezza, ma, ben più affannosa, la consapevolezza che si dovrà ricominciare, con un'altra vetta, con un altro masso. All'infinito.

L'immagine di Sisifo è assurda[5]. L'impresa dello scalatore lo è in quanto pretende, per un percorso iterativo, di abbandonare la terra. Ma la terra (la natura dell'uomo) non può più essere trascurata: alla terra ritornano sia Sisifo sia Fetonte (quest'ultimo precipitando dal cielo senza vie di scampo). Alla terra stabile torna l'alpinista, pur sapendo che essa può rappresentare il suo annullamento.

La prudenza (frovnhsi") pretendeva fin dall'inizio la cancellazione dell'imprudenza e della temerarietà. Daccapo la rinuncia a sperimentare il rischio 'starebbe' perciò sullo sfondo.



[1] Cfr. la raccolta di interviste ai più grandi interpreti viventi dell'alpinismo, raccolte in O'Connell [1997].

[2] Haec cum audisset ille generosus adulescens, ‘placet’ inquit ‘via, escendo; est tanti per ista ire casuro’. […] Post haec ait: ‘iunge datos currus: his quibus deterreri me putas incitor; libet illic stare ubi ipse Sol trepidat’. Humilis et inertis est tuta sectari: per alta virtus it  (prov. 5, 11).

[3] Cfr. la voce ‘Sisifo’ dal Lessico di Suda. Tale notizia circolava già all’epoca dei tragici, per esempio Eschilo, fr. 175 Nauck, ed è ripresa poi da Plutarco, quaest. gr. 301d 1-4.

[4] È Ulisse che, su indicazione della maga Circe, riesce a evocare le ombre dei morti; tra esse vede anche Sisifo teso a spingere il suo masso che poi, maligno, ricade, Od. 11, 593-600.

[5] Scrive Camus [1981], p. 162: «Sisyphe est le héros absurde. Il l’est autant par ses passions que par son tourment».

 

 

 
aaaa