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Nives De Meo:  Puri spiriti

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settembre 2001

 
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Nella frequentazione di testi e materiali filosofici, avverto sempre più intensa la sensazione che l’attività filosofica, quasi ovunque, venga condotta nella tacita e più o meno consapevole pre-supposizione che l’agente di tale attività sia un indistinto astratto  (il pensiero?, la ragione?) o un puro spirito (il filosofo), capace di rapportarsi ad una realtà, di conoscerla,  rappresentarla, immaginarla, costruirla, crearla, figurarla , in virtù di poteri di cui non si comprende l’origine e di strumenti (raramente analizzati o citati), che il filosofo in buona parte ignora o dai quali prende distanza per non contaminarsi.

Gli strumenti  che il filosofo prende in considerazione sono quelli che si possono collocare ad un livello elevato di astrazione: trascendentali, categorie, schemi, a-priori, paradigmi, linguaggi, logiche ....

Il filosofo tradizionale,  dalla  natura evanescente insomma, conosce,  immagina, produce, crea «realtà» (??) a prescindere dalle mani, dagli occhi ....  in una parola dal corpo,  dai sensi, anche quando si autodefinisce nei termini di «essere per la morte».

Che cosa c’è di più mortale del corpo?

Nella più totale mancanza di consapevolezza della inevitabile necessità di una qualche forma di operatività concreta,  indispensabile anche se ignorata per la costituzione e l’evoluzione del patrimonio noologico e culturale, i triangoli, i numeri  i quadrati, lo spazio, il tempo, la vita, la morte,  l’esperienza, l’esistenza .... sono  gestiti e presentati dal filosofo nella stessa evanescenza del soggetto filosofico.  

 

 

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Roberto Berton:   a proposito di «Puri Spiriti» di Nives De Meo:

AMMINISTRAZIONE DI PAROLE EREDITATE?

 

Nives, in «Puri spiriti», dice bene: si legge e si ascolta ciò che si chiama “filosofia” o comunque “pensiero” e non c’è corpo, non c’è terra. C’è un vago cielo di concetti, un cielo appunto “per i passeri” e da lasciare a loro ...

Ma, cercando di continuare a pensare, come mai tutte le parole che giustamente Nives pone come abitanti di  questo cielo sono tutt’altro che non “fisiche”, non “corporali”?

«Anima», «psyche» ... sono il soffio del vento o del respiro. In «categorie» è presente l’agorà, la piazza e gli spesso feroci contrasti antichi e presenti. «Trascendente»? «Trascendentale»?  Vi si sente il fisico passare attraverso e salire. E «materia», la genitrice, come potrà essere solo protoni, neutroni, eccetera?

Ma allora, che cosa è accaduto?

Alcune ipotesi: può darsi che invece di ereditare filo-sofia, desiderio di conoscenza, si sia ereditata spesso una specie di amministrazione di parole ereditate, senza capire che il vero lascito è quello di dover ri-petere il gesto originario che pare essere: dire di qualcosa che è come un’altra cosa.

Questo qualcosa, è come un soffio, è come il salire, l’ascendere in alto ... È il sapere sempre questo «come», che tiene aperto il pensiero.

Oppure: non accade forse che di certe opere somme di filosofia, ma anche del parlare filosofico più diffuso, ciò che si legge e si ascolta non riesce a comunicare il motore segreto, cioè il «problema» che fa pensare, parlare e scrivere?

Più che le risposte, come comunicare il problema che ha fatto partire il pensiero?

Roberto Berton

 

 

 

 
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Antonio Werther Pavan   a proposito di «Puri Spiriti» di Nives De Meo:

 

Il puro spirito del filosofo, per non trascurare la corporeità del pensiero o ciò che nel pensiero deve assumere maschera di oggettività, dovrà attenersi a una concreta formula di operatività:

Acconcio “Logico” al pensiero quando si appresti all’atto demiurgico del filosofare

Al puro spirito del filosofo, dopo che sia stato indotto a interfacciare il fenomeno con l’epifenomeno, per il benevolo auspicio di Ermes, … verrà rivelata quella virtù dalla quale, egli sarà condotto a dedurre l’epistemico traslato della conoscenza, per il benevolo auspicio di Eros, … poiché l’epistème è rivelazione; è illuminazione che sta a galla sull’epifenomeno, e da questi traslata e divulgata ai quattro venti, per compilare una scienza apodittica che:

- nell’indifferenza logica del Soggetto (1°acconcio) … emani l’oggettività trino-dimensionale dell’occhio, che contiene il “Noi” della relazione; 

- nell’indifferenza a-gonica del Cosmo (2°acconcio) … emani la modalità staminale del genere, che contiene l’innesco causale;

- nell’indifferenza metaforica della misura (3°acconcio) … emani l’eco armonico del limite, che contiene il patto d’alleanza.

- nell’indifferenza semiotica del Segno (4°acconcio) …  emani il verso simbolico della parola, che contiene l’inoppugnabile epistème;

 

Venezia 26.12.2001        

Antonio Werther Pavan

 

 

 

 

 
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a proposito di «Puri Spiriti», Nives De Meo replica a Werther Pavan::

 

Il corpo di cui parla Werther Pavan non è il corpo in senso biologico ma “il corpus del pensiero”, che Pavan definisce come “ciò che nel pensiero deve assumere “maschera di oggettività”.

Assunto il significato di corpo nel senso di “corpus del pensiero”, Pavan sostiene che sia necessaria una “formula di operatività concreta”, altrimenti definita una sorta di “acconcio logico al pensiero”, cioè una formula concreta che dia una forma logica al pensiero .

 

Al puro spirito del filosofo, dunque, per il benevolo auspicio di Hermes, nell’attività che lo induce a interfacciare “il fenomeno” con “l’epi-fenomeno”, verrà rivelata quella virtù (per il benevolo auspicio di Eros), grazie alla quale riuscirà a “dedurre l’epistemico traslato nella conoscenza”,  in quanto,  sostiene Pavan, l’episteme è rivelazione : l' illuminazione che sta a galla sull’epifenomeno” e da questo traslata e divulgata  per costruire una scienza dimostrativa o deduttiva (siamo sempre in campo logico..).

 

 L'illuminazione, che,  secondo Pavan,

-contiene il pensiero collettivo (Il “Noi” della relazione), e che è indifferente al Soggetto,

 -contiene l’innesco casuale, indifferente al Cosmo,

-contiene il patto di alleanza indifferente alla misura;

-contiene l’episteme indifferente al Segno.

 

 Se ho compreso il pensiero di Pavan, scopo del filosofo è di operare affinché si dia, attraverso la sua attività protetta da divinità, la rivelazione epistemica che conferisce logicità al pensiero  in modo da risultare pensiero collettivo, consapevole dei legami causali inferenziali logici che devono regolare un pensiero oggettivo.

Non ho nulla da commentare, rispetto il suo punto di vista ma non sono d'accordo sull’esistenza di una struttura epistemica-logica del pensiero, necessaria e indipendente dalle attività, dalla storia e dall’evoluzione del pensiero umano.

 

 

 

 
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Replica di A.W. Pavan a replica di Nives De Meo.

 

No, non così,… prima della complessione del corpo  biologico, ci deve essere la sostanziale, germinale, semplicità dell’eredità del Padre: l’Etica,…perché etico è ciò che si riferisce al Padre.

 

No, non così,… l’illuminazione è la circolare chiusura ermeneutica che stabilisce la finitudine del tempo di Conoscenza.

Cioè l’inizio indimostrabile e la chiusura logica il cui connubio può istituire quel Dato non dato, cioè l’epifenomeno di un patto di alleanza.

 

No, non così,… l’epifenomeno è il rigore con il quale l’anticipo del Padre viene suffragato dal debito di riconoscenza  del Figlio.

L’apertura apocalittica della Epistème dovrà, perciò necessariamente, riscuotere un debito escatologico di Giustizia.

 

No, non così,…non per innalzare una Divinità, ma per salvaguardare un ambito la cui Sostanza è il mantenimento della Parola data e assunta.

La culla etica del Logos del Padre potrà diventare allora l’abitabilità della casa-linguaggio, poiché approntata dal Demiurgo della Parola.

 

E così sia, … affinché il varco etico tracciato dal Padre possa assurgere a Epistème di Speranza, qualora venga teso quel rigore morale (tradizione/assunzione del debito logico) per il quale la gratitudine del Figlio, diverrà una, con la Sostanza del Padre.

 

Venezia 12.1.2002        Antonio Werther Pavan