Alberto Madricardo

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novembre 2003

 
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«La trappola»

Qualche appunto

Chi “cade nella trappola” è condotto ex abrupto in una condizione diversa ed inaspettata da quella in cui prima si trovava. Chi è in trappola non è nel rischio. Il rischio è sempre in qualche modo una possibilità aperta. Chi corre un rischio, per il fatto di correrlo, non è in trappola. Nella trappola è la possibilità ad essere esclusa.  Il rischio comporta una incertezza, la trappola istituisce viceversa una certezza. Vi può essere chi gioca sul bordo della trappola, per esaltare il rischio e provarne l’emozione. Si può dire, in questo caso, che se vi cade è perché lo ha voluto? Oppure bisogna limitarsi a dire che la sua volontà era di esplorare i margini della possibilità  fino all’estremo, senza però giungere al salto di qualità?  C’è un confine chiaro tra il gusto del rischio e la decisone di lasciarsi cadere nella trappola?

Chi è in trappola viene a trovarvisi improvvisamente, anche se ne era a conoscenza. Prima la trappola era una possibilità, ora è una necessità.  C’è un momento in cui la vittima si rende conto che non può più tornare indietro: allora si può dire che la trappola è scattata. Anche se vi è stato portato lentamente, è all’improvviso che l’intrappolato si rende conto di essere caduto nella trappola. C’è un colpo di scena.  Anche se il suo dispositivo si attua in un tempo lungo o lunghissimo, la trappola scatta sempre solo istantaneamente: un istante prima ancora non si era, ed ora si è in trappola.

Vi è una responsabilità di colui che cade dentro la trappola, ma è una responsabilità  che appare solo se guardata ex post. La sua responsabilità è di avere dimenticato qualcosa prima. Nella trappola tutto gli appare improvvisamente  da un prospettiva diversa. Qui può giocare un ruolo l’inconscio o il subconscio. Nella cultura religiosa il  peccato è una trappola, tesa dall’ingannatore, il  demonio, che prima blandisce umile, ma quando il tentato sta per cedere all’ inganno, d’improvviso lo agguanta e lo rende schiavo. 

 

Io non so ben  ridir com’i’ v’ entrai

Tant’era pien  di sonno a quel  punto

che la verace via abbandonai”.

 

Dice Dante ritrovandosi nella selva oscura. Perché si è avvicinato e ha  trascurato i segnali premonitori, che pure dovevano esserci intorno? Quando la situazione ormai è compromessa poiché il dispositivo è scattato ed il suo automatismo è in atto l’intrappolato si volge indietro e non si riconosce in quello che era prima. Si produce una discontinuità, qualcosa di  essenziale è cambiato in lui. Dice a se stesso “Come ho potuto essere così sprovveduto?”.

L’animale che, per bere, si avvicina ad una pozza d’acqua nonostante che senta la vicinanza del leone corre un rischio. In lui combattono due impulsi  opposti: quello della sete  e quello della paura. Ad un certo punto, quando la sete è diventata insopportabile, egli corre il rischio che comporta l’avvicinarsi alla pozza d’acqua seguendo un rigoroso calcolo di convenienza. Correrà il rischio di essere  sbranato piuttosto che morire certamente di sete. Niente di tutto ciò per la trappola. Nessun calcolo, nessuna previsione.

Vi sono trappole fisiche, trappole logiche, trappole storiche, psicologiche, economiche, ambientali, militari, ecc.  Vi sono trappole che attuano il loro dispositivo con uno scatto istantaneo e altre che lo attuano lentamente, in  modo che l’intrappolato si renda conto del destino  a cui va incontro prima per un vago sospetto, un dubbio atroce, poi attraverso una rivelazione improvvisa. Vi sono trappole che si basano sulla previsione di reazione attiva della vittima, o sui limiti delle possibilità della sua resistenza fisica o psicologica.  La vittima in trappola si finisce da sé. Vi sono trappole che sono progettate ed altre che non lo sono, ma che si rivelano a posteriori essere tali. Ci sono  cul de sac da cui non si ha la forza o la possibilità di tornare indietro. Qui il dispositivo della trappola è tutto a carico di colui che vi cade. Come  potrebbe essere nel caso dell’ambiente o dell’economia. Anche l’universo stesso, se avviato alla morte termica come sostengono alcuni, potrebbe essere considerato una trappola scattata  fino dalla sua origine.

Vi sono anche trappole aperte, senza un dispositivo che scatta e afferrando, chiude. Per esempio, basta liberare un animale in un ambiente molto diverso da quello in cui si è adattato a vivere. Si può prevedere ragionevolmente che morirà presto. Salvo casi opposti, come quello del cavallo in America, o del coniglio in Australia.

Nel colpo di scena che si compie nel momento in cui la vittima si rende conto che la trappola è scattata, egli si trova per un momento strappato dal suo mondo, ma non ancora inserito nel  mondo della trappola. Per un momento, nella transizione, egli è senza  contesto, senza mondo. C’è solo il dispositivo, la mhcanhv. Che cosa vuol dire che il  passaggio  avviene macchinalmente? La coscienza in questo passaggio  compie una via forzata, senza la possibilità di essere presente, di riflettersi in se stessa, perché è trascinata dal meccanismo oltre il suo orizzonte di previsione.  Fa la pura esperienza di essere tratta, di essere estratta.  Può essere interessante soffermarsi su questa esposizione della coscienza?

Alberto Madricardo

 

 

 

 
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