Alberto Madricardo: Democrazia

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novembre 2002

 
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Se ne fa un gran parlare, ma ognuno la intende a modo suo, sicché l’impressione è quella di un suo uso per scopi eminentemente retorici. Ma  la democrazia è una cosa seria, non così familiare per noi come pensiamo quando la nominiamo di continuo e  invano. E’ sanzione formale della fine della teocrazia, risultato di una lotta millenaria avvenuta in occidente; del prevalere della convinzione che il potere proviene dal basso su quella per cui esso proviene dall’alto. E’ affermazione del principio che l’uomo, più che obbedisce, decide.

La democrazia moderna ha poco a che fare con quella della polis greca, sostanzialmente diverso è il suo statuto ontologico.  Nasce  da un lungo travaglio di pensiero che affonda le sue radici nel Medio evo europeo, arabo ed ebraico: da Al Fahrabi ad Averroè, a Maimonide, a Dante, a Marsilio da Padova, a Machiavelli, a Bodin, a Hobbes, a Spinoza, a Locke, a Rousseau, a Hegel, a Marx, a Popper, ecc. Solo per ricordare alcuni pensatori che  hanno scandito le tappe della sua affermazione. Nasce contro il pensiero teocratico, insito nelle tre grandi religioni rivelate.

Questo riconoscimento del potere dal basso si inscrive a tutti gli effetti in quel processo che determina, ed insieme è effetto, della secolarizzazione. Con esso si ha la riaffermazione  del protagoreo “a[nqropo" mevtron pavntwn” (ànthropos métron pànton), la cui versione moderna è il  dostoewskijano “se dio non c’è allora tutto è permesso”.

Non deve ingannare il fatto che il  riconoscimento della democrazia sia  formale, e che in realtà il potere sia esercitato da ristrette élite, complici o  in competizione tra loro. Qui la forma è sostanza: il popolo, non dio  è oggi in occidente veramente sovrano, anche se è distratto o confuso, e non si cura di esercitare  il potere.

Ma ciò comporta dei problemi: la teocrazia è il regime dell’ascolto e dell’obbedienza della parola assoluta, tutta la società è organizzata al fine di questo ascolto ed obbedienza. L’obbedienza è necessaria affinché vi possa essere l’ascolto. Obbedendo ci si pone  nella condizione di ascoltare la volontà divina. Il problema è allora di capire quale è effettivamente l’ordine di dio cui l’uomo deve corrispondere. Quello che domina nella teocrazia è la esigenza della interpretazione della volontà divina. Il potere sulla terra è kaq j ejxochvn (kat’exochén) potere di interpretazione.

Se ora nella democrazia non c’è più da obbedire, se il potere non sta più nell’interpretare la parola di dio, se il bene comune, il koinovn (koinòn) non è più trascendente, se questa vita e questo mondo non sono solo un punto sulla circonferenza infinita autosussistente dell’eterno, ma sono tutto quanto è, e intorno ad esso nulla, che cosa si può trarre da ciò, che cosa si può trarre  da questo  basso sfuggente in basso”, come l’ora che, mentre lo diciamo, non è più nell’ora?

Dopo gli splendori mitici, che furono l’epopea “dell’Altro” assoluto, con l’oblio “dell’Alto”,  dell’affermazione di Dionigi l’Aeropagita, che stava alla base della mistica costruzione spirituale del medioevo, che “tutti i doni provengono dall’alto, dal padre dei lumi”,  insomma con  il tramonto del sacro e la fine dell’obbedienza, veramente la democrazia è  il trionfo del “Proprio” che sta in basso, e dominano il campo il Callicle del Gorgia platonico, o la volontà di potenza (tanto comune, tanto “democratica”, malgrado tutto, piuttosto che “aristocratica”, come  pensava Nietzsche)? Deve per forza essere sbracato ed “egoista”, non è più capace l’uomo di essere  “per sé” raccolto, elevato, sublime, come  sapeva essere “per l’Altro” o “per l’Alto”?

Questo della sciatteria, dello sbracamento nichilistico e della prepotenza dell’uomo nella condizione determinata dalla democrazia è un modo alquanto superficiale di intendere la “morte di dio”. Certo, la volontà di potenza è un aspetto della condizione umana secolarizzata, quando nessun occhio dall’alto fruga più l’interiorità e l’uomo che non si sente guardato nell’intimo non trattiene per timore e tremore la sua potenza desiderante. E’ questa una condizione estrema, cui fa fronte però l’altra condizione estrema, ugualmente presente: quella della impotenza.

Gli estremi non vengono dialetticamente trascesi - e questo è l’ultimo disincanto - ma si confondono, si mescolano. Come nel tribunale kafkiano, in cui tutto si riduce a  squallida messinscena. La scena c’è ancora, ma ha poca  consistenza: c’è quasi solo il retroscena. Anche questo  però non ha autenticità, sussiste solo come astuzia della  scena, che così grazie a questo compromesso del retroscena può mantenersi. Nulla si regge in sé e tutto è, nel migliore dei casi, riguardo alla verità, congettura, nel peggiore, riguardo all’etica, impostura. Ciò che abbiamo condotto davanti a noi e abbiamo sottoposto all’esame  del nostro sguardo critico si consuma nell’inconsistenza, anche noi stessi.

Ma da qualche parte, altrove, comandi imperiosi vengono formulati, conti che saranno inesorabilmente esigiti vengono  preparati. Tutto ciò da qui  può essere solo vagamente sospettato. I profeti, gli innamorati della collera possente, la sentono già crescere  nell’oltre di ogni lontananza, mentre gli altri uomini non ne hanno nemmeno un vago sentore. I profeti – questo è il loro compito -  ravvivano  il sospetto negli animi assopiti e  insegnano che questo è  premonizione   ambigua di quella collera, che essa sta crescendo e che tutta insieme esploderà. Sarà a causa di essa che l’uomo compirà il prodigio di balzare  in piedi senza appoggiarsi alla terra.

, dove la collera matura, fiorisce l’innocenza sovrana: l’altro che è proprio, il proprio che è altro, l’alto che è il basso e il basso che è l’alto. Questa dirà che non c’è alto ma nemmeno alcun basso, che dell’alto come del basso sono deviazioni di cui gli uomini dovranno rendere conto.

Non penseremo davvero che tutto quanto si prepara accada dentro a ciò che già pensiamo e sotto i nostri occhi!

Alberto Madricardo

 

 

 

 
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