Alberto Madricardo:        Distruzione

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ottobre 2001

 
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Il pensiero, quando si sente al sicuro, è ejpivdosi" eij" auJtovn (epìdosis eis autòn), nel senso che tende spontaneamente a offrirsi a sé come costruzione, aggiunta, accumulo di sé. Viceversa di fronte alla distruzione nel mondo, che è un venir meno, si sente esso stesso venire meno, precipitare nell’infondatezza. Nella sua esperienza più radicale, l’infondatezza è sentimento della superfluità. La tentazione è allora per il pensiero quella di contrastare questa superfluità «de - cidendo di essere», separandosi  dall’abisso della distruzione. Ma così non la pensa, così non pensa. 

La ragione della  superfluità del pensiero sta nel fatto che esso pensa la distruzione. Se non la pensasse, non si sentirebbe superfluo. Ma se non la pensasse, non sarebbe: il suo essere consiste infatti nel pensare. Allora si può dire che il pensiero, pensando, ovvero assumendo la distruzione come propria superfluità, è, in quanto pensa la distruzione come il proprio non essere.

Il problema, che la distruzione, o non essere, pone radicalmente al pensiero, è allora quello del rapporto tra «pensiero dell’essere» ed «essere del pensiero»: questi non sono lo stesso.

Per pensare la distruzione, il pensiero  deve esperirsi come superfluo, cioè, poiché è solo pensando, per essere, deve pensare il proprio non essere.

Così si conferma, appunto, che il pensiero dell’essere non è l’essere del pensiero. La «decisione del pensiero di pensarsi volitivamente come essere, distinto, di fronte alla distruzione e all’oscurità del mondo», per quanto si è detto, cioè poiché è rifiuto di pensare  la distruzione, risulta non-pensiero, non affermazione, ma oscuramento e negazione dell’essere del pensiero, sovrapposizione indebita «all’essere del pensiero» del «pensiero dell’essere», al «pensiero di nulla» del «nulla del pensiero», al «pensiero della distruzione» della «distruzione del pensiero».

L’essere del pensiero, viceversa, non pensa di essere, ma pensa di sé nulla. Perciò non decide, non si distingue dalla distruzione. Non pone, ma lascia che si manifesti «da sé» la differenza del suo essere da questo nulla che pensa: ciò in quanto il «pensiero di essere» e l’«essere del pensiero», come si è detto, sono essenzialmente differenti, e solo nella sovrapposizione forzata ed impaziente all’«essere del pensiero» del «pensiero dell’essere» vengono nichilisticamente confusi. Ma questa differenza è l’essere stesso del pensiero, di cui non si da pensiero, che non può essere posta nel pensiero, ma deve manifestarsi “altrove” da ogni pensiero. Pensare la propria superfluità non è dunque, per il pensiero, affatto superfluo. In un momento come questo, in cui tutte le apparenze sembrerebbero confermare il contrario, è bene non dimenticarlo. 

 

Alberto Madricardo

 

 
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Roberto Berton:   a proposito di «Distruzione» di Alberto Madricardo:

 

SUPERFLUITÀ DEL PENSIERO?

 

 

«E, per il calcolo non delle grandi sofferenze, ma di ciò che ognuno intende come normale esistenza, poco tempo resterebbe, quasi lo spazio di un respiro nel mezzo della vita umana; la vecchiaia, poi, sopraggiunta veloce, priverebbe del desiderio di vivere un'altra volta chiunque abbia fatto un bilancio della propria vita passata, a meno che non si trovi colto da rimbambimento totale. Di ciò che prova posso portare? Lo stesso argomento di cui è oggetto la presente ricerca. andiamo cercando in che modo diventeremo sapienti, pensando che questa possibilità sia insita in ciascuno di noi; questa possibilità, però, fugge velocemente non appena ci si avvicina a una qualche forma di conoscenza delle cosiddette arti o attività intellettuali o di altre simili, come si suol dire, scienze, mentre nessuna di queste cose è degna di ricevere il nome di sapienza».

Platone, Epinomide 974a-b

 

È vero allora, il pensiero, il pensiero dell'essere è superfluo, vola via. Si trova esistente tra i molto più potenti non-pensiero e non-essere che sono il nulla prima delle nebbie dell'infanzia, le nebbie della vecchiaia e ancora del nulla. Nel seguito del dialogo, questo, che è solo un respiro, che è una molteplicità caotica di accidenti senza sostanza, di movimenti del tutto segmentati e quindi non calcolabili e pensabili, si ordina nella sapienza del Numero, dono degli dèi. Sul fermo schermo delle stelle fisse, le stelle ritornano allo stesso punto e si vede l'Uno come raccogliersi sempre di tutti i movimenti nell'unità e nei rapporti che essa regge. Se il tutto è «scritto in questa lingua», la superfluità del pensiero dell'essere si differenzia dall'essere del pensiero, ma è raccolta in qualche modo in quell'essere del pensiero che per Platone è «musica» e «danza» non solo nell'Epinomide ma anche altrove?

In Platone sembra che il pensiero dell'essere non decida nulla, come chiede Madricardo. La scrittura celeste già lo comprende.

È così che l'essere del pensiero si libera dalla sovrapposizione del pensiero dell'essere?

Eppure (per continuare) l'essere del pensiero che «deve manifestarsi 'altrove' da ogni pensiero» appare nel pensiero. Che il non-pensabile sia ancora pensato, come lo è? Si ritorna alla superfluità? Leggendo il dialogo con le sue stelle che ritornano e fanno «una volta», cioè un giro, il pensiero dell'essere ricorda ancora che le Pleiadi ritornano, chiudono l'orbita ma non l'uomo che quindi non vive «nemmeno una volta». L'essere del pensiero «pensa di sé nulla». Ma il nulla, dal quale emerge e dove si riimmerge il pensiero-respiro di Platone, è lo stesso?

Roberto Berton