Alberto Madricardo: Guerra e salvezza

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febbraio 2003

 
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Guerra e salvezza

Di nuovo compare la guerra. E’ la storia che con essa bussa ancora alla porta. Non c’è storia senza guerra.  La storia è un modo dell’uomo di stare nel tempo passando continuamente oltre l’istante in cui si trova. Poiché non sa stare pienamente nel tempo, l’uomo si rappresenta la storia, cioè compiti, ruoli, mete oltre nel tempo. L’istante così è sempre oltrepassato d’un balzo, come si oltrepassa una fenditura senza fondo, ma così stretta che quasi non si vede. Ma solo ciò che non passa oltre l’istante ma vi entra, trova le sue radici, solo ciò che si eleva  dal suo senza fondo, matura. Solo ciò che matura si salva. Solo ciò che è salvo è pronto, può stare in società.

La maturazione non è sociale, poiché la società è un risultato. Che la società possa maturare come tale è l’illusione della storia. Solo gli individui possono maturare. “Benché la parola sia comune a tutti – dice Eraclito – gli uomini vivono per lo più come se ciascuno avesse una saggezza propria”  (Diels Parte I, pag. 77, framm. 2). Il linguaggio cresce e l’area del dicibile si allarga in continuazione, ma anche perde sempre qualcosa del già detto. L’istante si presenta  sempre come inafferrabile, già passato oltre. Ciascuno fa le sue esperienze essenziali in questo già,  nel non detto, nel non comunicato, nel non socializzato. La parola, riguardo all’essenziale, socializza troppo tardi. La società umana può essere pensata solo come risultato della maturazione avvenuta insieme di tutti gli individui, ciascuno per sé, a partire dalla propria inizialità ineffabile di esistenza. Una maturazione compiuta uno per uno, ma anche sincronica. Tutti devono essere pronti, e tutti  insieme. Se questa maturazione di ciascuno e di tutti insieme non c’è, o è incompleta, se anche uno solo non matura, o matura più tardi, la possibilità dell’equilibrio perfetto è vana. Non è possibile società tra gli uomini ed essi, non socializzando, sono condannati anche a vivere in un universo delle cose estraneo ed enigmatico.

Allora c’è storia. Perché gli uomini  non realizzano con la loro esistenza effettiva la  massima esigenza che il loro pensiero indica, e così cadono come in una voragine dentro a ciò che pensano. Questo è la storia: catastrofe  permanente. E con la storia c’è guerra  sempre in atto, più o meno intensa. Oggi la guerra prende la scena, ma in verità  c’è sempre stata. Soltanto, il suo rombo di fondo si fa ora  udire un poco  più vicino.

C’è una disparità essenziale tra la condizione individuale e quella sociale: la costruzione della società, per quanto mi riguarda, dipende solo da me, come individuo, dalla mia capacità di dimorare nell’assenza lasciata dal dileguare dell’istante. Ma la mia vittoria - tutto quello che sta in me fare, se ne sono capace - se non si realizza in società, insieme a tutti e a ciascuno, di per sé non mi apre la porta del mistero del mondo delle cose; mentre in rapporto alla costruzione della società degli uomini ha una importanza insignificante. Qualsiasi altro singolo dispone di un incondizionato “liberum veto” su questa impresa, può annientare  il mio sforzo e quello degli altri solo non sforzandosi altrettanto. Ecco perché la società è per gli uomini un impossibile, un vicolo cieco, nel senso più radicale. Nel senso, cioè, che non riusciamo, oltre a desiderarla vagamente,  nemmeno effettivamente a pensarla. E se non riusciamo a pensarla, non possiamo attuarla.

La lotta per la creazione della società è dunque assolutamente impari ed è sempre già perduta: una inutile eterna fatica di Sisifo, nella quale si sono consumati, si consumano e si consumeranno tutti coloro che hanno osato, inutilmente, volere essere salvi. La guerra nasce dalla storia, che è il rinvio indefinito dell’esperienza inequivoca e definitiva  di questa impotenza.

A causa della storia noi non  sappiamo veramente cosa sia la salvezza, la cui attuazione è della società è la condizione imprescindibile. Non abbiamo nessuna idea della salvezza, anche se la desideriamo e ne parliamo. Per questo non possiamo salvarci. Ciò di cui abbiamo idea ed esperienza è solo la nostra quotidiana esistenza, i suoi diversi momenti non salvi che si dispongono, storicamente, alla guerra.

La salvezza si presenta a noi, allorché dicendo no alla guerra, non fermandoci alla vaga enunciazione di un desiderio, ma essendo disposti ad assumerci tutte le conseguenze, facciamo cadere con questo no la storia, e ci troviamo davanti solo la totale ed incondizionata impossibilità di salvezza per la nostra esistenza. Tale impossibilità innanzitutto  non è impossibilità di questo o di quello che desideriamo, non della salvezza di  uno o di un altro momento. E’  impossibilità assoluta (quindi di ogni tempo e di ogni luogo) della salvezza per l’esistenza umana in quanto tale. La sua  impossibilità è il modo imponente con cui la salvezza  occupa il centro nella nostra esistenza, come a noi effettivamente si offre. L’impossibilità della salvezza non riguarda solo l’esistenza in generale, deve essere concretamente esperita nei singoli distinti momenti di cui è fatta.Di ognuno e di tutti insieme. Fino al punto che l’esistenza e l’impossibilità della salvezza coincidono, sono la stessa cosa. E si può dire che questa coincidenza sia compiuta solo quando nessun momento dell’esistenza, passata, presente e futura,  pretende più di essere diverso, salvo rispetto agli altri. Allora l’apprendimento della salvezza si può dire compiuto, nella corrispondenza perfetta della sua impossibilità con l’esistenza stessa.

Questo apprendimento in negativo della impossibilità della salvezza è l’esistenza stessa. Ma così, se l’esistenza è apprendimento della impossibilità della salvezza, e l’impossibilità è il modo con cui la salvezza di fa presente a  noi, possiamo  cominciare effettivamente a pensare l’esistenza in modo diverso da come pensiamo qualsiasi altra cosa. Se in positivo la esistenza è la impossibilità della salvezza, in  negativo essa è la salvezza stessa. Ma si deve pensarla  in modo diverso da come in genere pensiamo le cose, in modo diverso da come  pensiamo. E’ solo molto difficile, come immaginare, avendo avuto la possibilità di osservare la parte cava di  un calco,  le fattezze del  volto che esso rappresenta dall’altra parte.

Alberto Madricardo 

 

 

 

 

 
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