Antonio Werther Pavan:  La casa etica del inguaggio, ossia il "Dio Possibile".

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aprile 2002

 
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Accogliamo nella rivista on-line «Prospettive» questo testo particolare e dal linguaggio estremamente criptico che ci è stato trasmesso da un nostro lettore, frequentatore dei seminari dell'Istituto italiano degli Studi Filosofici. L'accompagniamo con una postfazione interpretativa di Alberto Madricardo.

 

L'"altro" non è il Tu, l'"ALTRO" è il Noi.

Rivolgersi a Dio con il "Tu" appartiene al Profeta, che ci insegna a pregare con il Noi del Padre nostro.

Poiché Padre e Figlio sono "solamente" in Lui la stessa cosa.

Se ci sarà la Kenosis della Differenza tra l'Io e il Tu, allora ci sarà la Etica Parusia del Noi.

L'oggettività del linguaggio sarà il "Dio possibile", ma questa possibilità sarà frutto di una scelta, e la scelta retaggio di un Patto d'alleanza.

Nell'Arca dell'alleanza saranno consideratti come essere la stessa cosa, il Segno e il Simbolo, sigillati nella fede di una "Sacra"  ierogamia.

Che ci sia il Linguaggio, questa è la radice del male della contraddizione e della logorrea linguistica, ma anche della trascendente possilità dell'evangelo della verità.

La kenosis del Padre supera questa abissale Necessità permettendo apocalitticamente la Parusia del Figlio nella modale "Persona Razionale" interiore a una alleanza, e matrice di una maschera escatologica di relazione.

Qualora venga assodato che il Linguaggio sia lo strumento la cui virtù è il dire nella contemporaneità il "si" e il "no", senza presumere che esso ci porti una sua particolare e soteriologica definizione, allora agli uomini di buona volontà apparirà, scaturendo dalla sacralità del Patto d'alleanza, l'epifenomeno della Epistème.

Tra il "Linguaggio sacro" e il "Linguaggio profano" si interporrà il "Linguaggio Mitico" di una Iconostasi in grado di dare fondamento a un'unica Cosmogonia, a un'unica Teogonia, a un'unica Scienza favorevole all'Uomo,e in questa "Singolarità" l'unicità della Prassi del Noi, e l'inizio di un tempo nuovo.

L'Altro sarà questa Singolarità, punto esiguo di un asse e di un orizzonte che non limitano, ma circoscrivono l'ambito etico dove è possibile nascere, crescere, e svilupparsi.

Cosa è dunque il Sacro, se non ciò che è degno della "nostra" venerazione e riferimento per la nostra gratitudine?

Misteriosa possibilità che cassando l'"Io" e il "Tu" e scegliendo l'etica casa linguistica del "Noi", trova in questo un accogliente limite formale, nella gratificante Kenosis del Segno-verbale di Dio nel simbolo-Parola "Padre", il Padre nella Maschera-logica del "Figlio",e il Figlio nel Senso-oggettivo di una relazione di Giustizia: Parusia dello "Spirito Santo", essenza dialettica della comunione del Noi.

"Eli Eli lama sabactani?" purtroppo questo è l'abissale abbandono richiesto dal progetto di libertà per l'Uomo.

Perchè dunque il Tiranno e non la Dialettica Imagine Parmenidea del Sacro Cuore, nel quale sono accoppiati il Segno e il Simbolo, nel Mithos che è la Parola stessa?

Venezia 27.3.2002

Antonio Werther Pavan

 

 

                                                                                                              

 
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Postfazione di Alberto Madricardo

 

La kenosis della differenza tra il Tu e Io permetterà il farsi presente del noi. Il linguaggio sarà il luogo del patto che istituisce la oggettività: il segno, il proprio che indica altro, e il simbolo, il proprio  che contiene l’altro, saranno lo stesso. Il linguaggio è al tempo stesso la radice della differenza tra il segno e ciò che esso indica, ma allo stesso tempo è anche la traccia che annuncia la medesimezza tra i due. Questo essere medesimi di parola e cosa è la verità.

Ma come avviene questa liberazione, insieme, della parola e della cosa che essa segna? E’ il tramonto (kenosis) del padre, dell’assoluto altro che consente al figlio (il verbo) di manifestarsi come “maschera escatologica di relazione”. Essa  non dice il padre, ma questo consente, con la sua kenosis che la parola divenga assoluta, mostri insieme entrambe i propri lati, “nella contemporaneità del sì e del no”. Ma la parola non è assenza del padre, è manifestazione  e testimonianza del suo sacrificio. Essa perciò, come figlio, anche richiama il padre nella “sacralità del patto di alleanza”. E questo ritorno del padre richiamato dalla parola di fronte alla quale egli si è ritirato, è “l’epifenomeno della Epistème” , non la verità che si fa avanti e  rivela nella alètheia, ma che è richiamata indirettamente dalla parola ed è la sua Certezza.  

Il linguaggio sacro è quello della rivelazione, quello profano è il linguaggio della assenza. Ad entrambi manca il movimento genetico: il linguaggio mitico è linguaggio della genesi del senso, della kenosis e del richiamo indiretto del padre. Il richiamo del padre da parte del figlio (verbum) fa della parola che contiene in sé questo movimento  il principio autarchico che unisce gli uomini davanti ad esso. Essa è singolarità che dischiude “un tempo nuovo”.

Il sacro è la parola stessa che mantiene in sé questa apertura, degna di venerazione e di gratitudine. E’ ciò per cui avviene la kenosis, il sacrificio del padre - realtà a favore del figlio – parola che apre l’orizzonte nel quale il noi, che del linguaggio è prodotto, è possibile. Il padre si sacrifica divenendo da segno simbolo, ponendosi all’interno, come assoluta alterità, del proprio altrettanto assoluto che è il figlio. Il padre è il principio logico del figlio, questo come ristabilimento, “relazione di giustizia”. Ma ciò non avviene in una sorta di rassicurante continuità escatologica. Richiede l’abissale abbandono del Cristo che, in punto di morte, grida a dio la sua assoluta solitudine. E’ il grido che dissolve ogni certezza ed ogni rassicurante continuità di senso. L’indebolimento del padre richiama, né si può eludere, per altro verso la tirannica presenza di lui, che nulla concede se non la morte e il silenzio della parola. L’alternativa che si ripropone è tra l’impossibilità della redenzione, nella tirannia indicibile del padre, e il rovesciamento greco cristiano, che riconciliano la differenza assoluta del segno con la unità del simbolo nel racconto, che redime,  che è la dialettica.

Con accenni rapidi, densi ed allusivi, Pavan schizza una traccia, che rimane in larga misura implicita, del  movimento  di ciò che essenzialmente ci riguarda. Il fulcro di tutto è la parola, il suo essere segno e/o simbolo. Ma la parola indica, non risolve. Pavan  ripropone, nella sua domanda finale, il perché all’uomo, per vivere, è imposto di passare per l’estremità del morire.

 

 

 

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