Ruggero Zanin:  A PROPOSITO DELLO SCIOPERO GENERALE

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aprile 2002

 
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A proposito dello sciopero generale

Ruggero Zanin

 

Dico subito che il 16 aprile anch’io ho partecipato allo sciopero generale. E allora? Cosa c’entra lo sciopero generale con un editoriale che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe avere il valore di un avvio di riflessione “filosofica”? Cosa c’entra lo sciopero con la filosofia?

Ecco, proprio di questo voglio parlare e mostrare come uno sciopero possa andare, nella ricerca delle sue motivazioni, ben al di là dei suoi immediati intenti sindacali. Ciò significa che, in questo mio schema di ragionamento, il sin troppo citato articolo 18 assume una posizione del tutto marginale. Certo, anch’io ne ho discusso a lezione con i miei studenti a partire da quanto leggevamo nei giornali, trovandoci alla fine d’accordo nel dire che il vero tema del contendere non è tanto l’articolo 18 in sé, quanto la ben più fondamentale questione della flessibilità del lavoro.

Ma cosa c’entra la flessibilità del lavoro con la filosofia? Ebbene io credo che – per chi non abbia una visione eccessivamente specialistica e aristocratica della disciplina – una riflessione filosofica sui temi delle trasformazioni della società capitalistica e del lavoro nel quadro della globalizzazione non possa che essere di decisiva e vitale importanza. E tale riflessione non può che portare a ragionare su quale sarà il futuro di quella che può essere chiamata (con espressione un po’ antiquata) la “civiltà del lavoro”. La principale ragione, allora,  che mi ha portato ad aderire a questo sciopero generale è la seguente: io temo fortemente che vengano messi in discussione i livelli di dignità che il lavoro ha raggiunto nelle società più avanzate come la nostra (e che soprattutto per questo possono definirsi “più avanzate”).

Si dice che i tempi sono cambiati e che anche la legislazione sul lavoro deve adeguarsi ai cambiamenti; si dice che oggi bisogna soprattutto pensare ai diritti di chi non lavora, diritti messi in dubbio proprio dalle eccessive garanzie che privilegiano chi ha già il lavoro. Va benissimo, ma allora si tratta di concordare soluzioni tecniche che abbiano sempre, però, come punto di riferimento prioritario, il supremo valore della dignità del lavoro e dei lavoratori.

Si dice anche che la globalizzazione impone una concorrenza spietata soprattutto nei modi e nei costi del lavoro, e che se non ci si adegua le imprese emigrano altrove. Ma, così dicendo, si vuole forse sostenere la banalità  che “business is business” e che così va il mondo dell’economia? Sarebbe questa la superiore civiltà dell’Occidente? Devono essere proprio bravi quegli “esperti” che riescono a far passare per sviluppo economico e avanzamento tecnico ciò che più correttamente dovrebbe essere definito come “neocolonialismo” e “illimitato sfruttamento dell’uomo”. Senza dire che quelle forme di lavoro precario o di sottolavoro che si pensava di relegare nei paesi sottosviluppati o di attribuire a categorie marginali di cittadini dell’Occidente (qualcuno ha presente la Marina della pubblicità McDonald’s, quella che dice: “Mi sono fatta un mazzo così, ma ho imparato a stare al mondo.”?) rischiano di diventare “normali” per tutti e dappertutto.

C’è un passo di un libro di Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici, pubblicato nel 1955, che assume oggi un carattere quasi profetico: “Questa grande svalorizzazione sistematica dell’uomo da parte dell’uomo si va estendendo, e sarebbe ipocrita e incosciente voler evitare il problema con la scusa che si tratta di un fenomeno passeggero. Ciò che mi atterrisce in Asia è l’immagine del nostro futuro, che essa ci anticipa.” È evidente che dietro queste parole sta la grande tradizione dell’illuminismo europeo e, al contempo, la coscienza della crisi che attraversa il pensiero contemporaneo. Qui non si finge né ci si illude; la domanda è chiara: ne va della nostra civiltà, da che parte si vuol stare?

Si dirà che, a questo punto, si chiede una scelta politica; così come lo sciopero del 16 aprile ha avuto una forte valenza politica. Io rispondo che non bisogna aver paura della politica, se essa esprime le ragioni della comunità; alla fine, io credo, la politica deve avere la preminenza anche sull’economia, diventando fautrice di civiltà. D’altra parte che uno sciopero generale, oltre che sindacale, sia anche politico non mi pare affatto scandaloso – e come potrebbe essere non politico? Se poi si dice che “politico” vuol dire “di bottega” io rispondo che tutto può essere, ma hegelianamente aggiungo che questo è un pensare da bottegai.

 

   

 
 

                                                                                                              

 
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