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Umberto CURI, Pólemos. Filosofia come guerra, Torino, Bollati Boringhieri, 2000

   
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rec. Stefano Maso

   

 

Quattro capitoli affrontano l’affermarsi di pólemos nell’evolvere della storia del pensiero e dell’agire:  

1) Una «scienza superfluissima e noiosissima»: filosofia e storia della filosofia nelle Vorlesungen di Hegel
2) Elogio della tortura: il dráma platonico del Sofista
3) In guerra per la verità: il Teeteto  
4)   Auseinandersetzung. La filosofia come «dibattimento con l’altro»

Il filo conduttore che tiene insieme e fa interagire queste distinte parti del volume di Umberto Curi è il concetto tutto tedesco di Aus-einander-setzung: il disporsi l’un contro l’altro allo scopo di combattere. Ci si scontra per esistere, per essere. E ciò accade all’uomo nella sua specificità ontologica, ma accade anche a qualsiasi ente. Nel senso eracliteo, pólemos è infatti il padre di tutte le cose: più arditamente, ogni ente – per essere – deve riuscire a non essere identico a un qualsiasi altro. Battersi per l’identità e respingere l’omologazione. Ciò accade nell’evolvere del tempo, nella storicità dell’evento.

L’indagine di Curi si apre con uno sguardo centrato sulla storia della filosofia intesa come «scienza oggettiva della verità» (Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Firenze 1964, I, pp. 21-22), non dell’opinione: non filastrocche di opinioni di filosofi, ma esplicitazione dibattuta del vero potrà divenire un’autentica indagine che metta a confronto argomentazioni opposte. Come accade nell’opera socratica e in quella di Platone. Dibattere, dunque, e argomentare.

L’ultima parte (la quarta) del lavoro di C. ritorna proprio su questo: sulla filosofia intesa come «dibattimento con l’altro». Fondamentali risultano Nietzsche e Heidegger nella loro battaglia (Kampf) sia intellettuale sia storica e contingente, grazie alla loro scoperta che si può filosofare con il martello (Come fare filosofia col martello = Crepuscolo degli idoli, Nietzsche) e che «pólemos e lógos sono la stessa cosa» (Heidegger, Introduzione alla metafisica, Milano,1968, p. 72): cioè che lo svelamento dell’essere (la sua verità) è appunto pólemos.

Tra questi due poli che designano i tratti teoretici e il senso ontologico-gnoseologico di pólemos si svolge però un interessante percorso tutto incentrato su Platone e, in particolare, sul Teeteto e sul Sofista. La massima esibizione del pólemos (inteso come estrema forma di Auseinendersetzung) va rintracciata nel confronto tra Parmenide e Platone, nel luogo dove si compie il parricidio.

Se Socrate è assunto a teorico del basanízein (cioè di quell’interrogare che, in quanto tortura, costringe l’interlocutore a proporsi in modo nuovo di fronte alla realtà e alla verità, cfr. Teet. 150b–c), la piena realizzazione di tale progetto gnoseologico si verificherebbe in Platone, allorché il giovane Teeteto decide di correre il rischio massimo, cioè decide di affrontare «da adulto» il problema posto da Parmenide quando asserì che solo «l’essere è, ésti gar einai».  

Si tratta, secondo C., di un grandioso dráma accuratamente messo in scena che si svolge tra due generazioni, tra padri e figli, e che ha come esito una nuova prospettiva nella considerazione della realtà: quella per cui si passerà dalla concezione dell’«essere assoluto» a quella dell’«essere relativo». Da conversazione amabile tra i giovani e l’autorevole padre (che mantiene però i giovani succubi dell’auctoritas e incapaci di volere in modo autonomo la verità), si arriverà alla guerra temeraria. Sul piano dialettico, si supera il metodo della diaíresis (che può andar bene per la «caccia» o per la «pesca») e si va verso il metodo dell’inquisizione. Si apre una battaglia tra giganti, proprio come nel momento in cui il mythos  lascia il posto al lógos: contro i giganti e contro tutti gli abitatori dell’invisibile si combatterà senza tregua.

La questione relativa all’essere è il vero banco di prova non tanto dell’ontologia, ma del modo in cui l’ontologia si fa centro originario della problematica filosofica. E, nell’analisi di questa operazione, C. si sofferma proponendo una serie di acute osservazioni che contribuiscono a guadagnare una conclusione solida e coerente  dove il senso universale di pólemos garantisce l’apertura al divenire.

Ma non solo: tra le pieghe dell’argomentazione C. perviene a una serie di puntualizzazioni originali. Per esempio dove mette a confronto il Fedro e il Sofista di Platone. Nei due dialoghi si coglie  un'affinità di struttura che evidenzia differenziate fasi narratologiche: incontriamo, distinti, ma presentati con modalità analoghe, due discorsi che ripropongono uno stesso tema. Secondo C., in opposizione alle analisi correnti sul tema, qui siamo di fronte non tanto al superamento di un atteggiamento discorsivo in cui si verifica il passaggio da un provvisorio stato di affidabilità argomentativa a un altro più potente e vincente; quanto piuttosto all’esemplificazione di come si possano guadagnare risultati antitetici per il solo motivo che si parta da presupposti diversi. C. precisa che non si tratta di «criticare la “verità” di quei discorsi, per far seguire alla critica una enunciazione positiva, ottenuta mediante il semplice rovesciamento del punto di vista avverso, come si è soliti affermare leggendo l’Ateniese attraverso lo schema moderno delle due partes. Né contrapporre specularmente lógos a lógos, e dunque riconoscere in ogni caso nei discorsi “secondi” un “grado” di verità più elevato rispetto ai “primi”. Ma mostrare piuttosto l’irriducibilità della verità a qualsivoglia recipiente discorsivo, l’ulteriorità dell’alethés rispetto a ogni lógos che pretenda di “contenerlo”, l’apertura inconcludibile di un processo, per il quale mai potrà darsi punto di arrivo definitivo» (p. 54).

Più in generale Platone prefigurerebbe non un processo evolutivo nella ricerca, ma un salto di qualità determinato da una rivalutazione nuova di sé e del proprio progetto strategico. O si diventa adulti e si ha il coraggio di proporre «polemicamente» se stessi con le conseguenze del caso (positive o negative non è importante: si tratta comunque di conseguenze che testimoniano la rottura del rapporto di dipendenza), oppure si rimane intrappolati, dall’auctoritas. Si rimane al massimo sophistés, e non si diventa philósophos.

 

Ma non è forse questa la medesima situazione che ritroviamo in Nietzsche e in Heidegger?

Anche in questi due pensatori moderni lo sforzo è quello di esprimere una nuova presa di coscienza. Nietzsche «rappresentava se stesso e la sua opera come una presenza bellica, del tutto irriducibile a ogni pacificazione: “Io porto una guerra che passa attraverso tutti questi casi assurdi come popolo, ceto, razza, professione, educazione, istruzione: una guerra come l’ascesa e il declino, tra volontà di vita e sete di vendetta contro la vita, tra probità e perfida bugiarderia” (Nietzsche, Opere, VIII, 3: Frammenti Postumi 1888-1889, Milano, Adelphi, 1974, p. 407)», p. 147. Questo significa rinunciare all’assoggettamento prodotto dalla dialettica abituale: piuttosto vuol dire riconoscere se stessi nel luogo del contrasto, non in quello della quiete. Heidegger da parte sua scopre il senso della lotta nel luogo dell’interrogazione inquisitoria, là dove deciderà la svolta (Kehre) in direzione di un nuovo destabilizzante confronto con l’essere e con la verità. In questo senso C. conclude: «Si può giungere ad affermare che l’intera problematica del “secondo Heidegger”, almeno per ciò che riguarda il riconoscimento dell’intima ed essenziale controversità dell’essere, e dunque tutta la connessa tematica della differenza ontologica, sono riconducibili all’interpretazione della concezione eraclitea del pólemos», p. 165.

 

Un testo stimolante, ben costruito ed efficace nelle conclusioni: un libro che consente di dialogare (polemizzare?) con il pensiero dei filosofi a noi vicini ma anche con quelli del passato. Rammentando il frammento 53 di Eraclito: «Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re».