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Sergio GIVONE  Eros/Ethos Torino, Einaudi, 2000

   
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rec. Fabrizio Elefante

   

 

         

    L'ultimo libro di Sergio Givone, Eros/ethos, già nel titolo indica il contrapporsi e il reciproco presupporsi di una polarità di termini al cui interno si sono espresse le culture religiose e le visioni morali dell'Occidente.

   Eros, attraverso il suo potere unificante di ciò che è stato diviso, costituisce il momento inaugurale (estetico) dell'etica, come mostrano sia il Cristo di Kierkergaard sia il Dioniso di Nietzsche, che infatti in quest'ultimo giungono a identificarsi. La coesistenza di Eros ed Ethos trova la sua massima e classica espressione nella tragedia, tematica sulla quale Givone non cessa di investigare e riflettere.

   Per Givone infatti il pensiero tragico resta la sola forma che si oppone positivamente al nichilismo, sempre più montante, in una direzione costruttiva ma non edificante ossia, nei termini di Pareyson, verso una "ontologia della libertà".

   Il confronto supremo è allora quello tra libertà e colpa, essendo la dimensione della colpa, sorta di "Leviatano interiore", la più fondamentale limitazione della libertà.   Givone tuttavia tende a ritrovare nel cristianesimo, sulla scorta di Dostoevskij, la forma più alta di tragico contemporaneo. E questo in quanto il peccatum cristiano riassumerebbe in sé l'hamartia greca e la colpa ebraica, come un distaccarsi da Dio, quindi dalla libertà. Come per i Greci, la colpa è già nell'essere nati, ossia nell'essere in debito originariamente (così già il detto di Anassimandro). Percorso tragico in tal senso è quello di un'intera rotazione dell'essere: dalla colpa all'espiazione, dal destino alla libertà (o in Dostoevskij, dalla sofferenza alla gioia).

   L'asse comunque su cui questa rotazione si compie è l'espiazione. Pare qui riconoscere nella posizione di Givone una visione fortemente analoga a quella di Simone Weil: l'espiazione come senso fondamentale della vita, da cui si irradiano i possibili: giustizia, libertà, beatitudine. Nella visione di Givone infatti la questione del tragico è intimamente connessa a quella della salvezza, questione eminentemente monoteistica. Si può propriamente dire che quella delineata da Givone sia una concezione soteriologica del tragico, e se ne comprende allora l'importanza estrema che egli vi annette. Il problema che però si pone è che questo comporta un totale riassorbimento del tragico greco nel cristianesimo, ignorando quel che di inassumibile per le culture religiose il tragico include, come il dissidio essenziale, strutturale, fra il divino e gli uomini, che ha marcato il distacco dal "mito" e la nascita della filosofia.

   Il breve libro di Givone è in ogni caso, tra i testi recenti di filosofi italiani, uno dei più potenti nell'affrontare i termini ultimi del dibattito attuale, tanto da apparire a tratti un testo autobiografico, che assegna un compito ai suoi lettori: assumere responsabilità per il (proprio) destino.