lllll l ll
ll
 

Jurgen Habermas, Verità e giustificazione, Saggi filosofici, 

Roma-Bari, Lateza, 2001

   
  ll  

rec. Daniela De Meo

   

 

In questa raccolta di saggi  Habermas, dopo anni dedicati alla filosofia pratica, alla critica sociale e ai diritti umani, torna a riconsiderare alcune problematiche più propriamente teoretiche, senza darne  facili soluzioni.

Nella prima parte, «Dall’ermeneutica alla pragmatica formale», l’autore si confronta con la svolta pragmatico-formale, che, con Frege, ha  sostituito l'oggetto delle ricerche filosofiche dal campo delle sensazioni a quello semantico delle espressioni linguistiche.

In questo testo, Habermas  avverte  che  la filosofia analitica è rimasta a tutt’oggi un corollario della gnoseologia e che la teoria della comunicazione è  trattata come una questione di second’ordine.

La formulazione di una teoria dell'agire comunicativo e della razionalità ha aperto la strada anche ad una nuova concezione teoretico-discorsiva della morale, del diritto e della democrazia.

All'autonomizzazione della funzione linguistica di apertura del mondo, in Erkenntnis und Interesse  (1965), veniva contrapposta una teoria degli interessi conoscitivi; ora,

 di fronte alla richiesta di una giustificazione gnoseologica, intensifica l'analisi delle premesse pragmatiche dell'agire indipendentemente dalle condizioni trascendentali della conoscenza.

In ambito argomentativo, la semantica inferenziale necessita di una pragmatica del discorso (cfr. Brandon), che spieghi l'oggettività delle norme concettuali in base alla prospettiva della prassi collettiva del fornire e ricevere ragioni.

Questa forma di realismo concettuale colma il dislivello tra la mondo della vita e mondo empirico e conseguentemente riduce la distanza, nel dualismo metodico, tra comprendere e osservare.

Nella seconda parte, «Intersoggettività e oggettività»>, l'oggettività dell'esperienza viene riportata all'intersoggettività dell'intesa. La coscienza trascendentale perde la sua connotazione oltremondana nella figura de-sublimata della prassi comunicativa quotidiana.

 Il pragmatismo allenta la tensione fra trascendentale e empirico.

Nella terza parte, «Verità nel discorso e nel mondo della vita», lo studio si orienta sulla necessità di trovare un concetto di referenza che spieghi in che modo noi possiamo riferirci allo stesso oggetto rappresentato da descrizioni teoriche diverse, ed esige inoltre un concetto di verità che spieghi la modalità per cui, in base alla premessa di una frequentazione linguisticamente  impregnata del mondo, possa esser mantenuta la distinzione fra la verità di una asserzione e l'affermabilità giustificata in condizioni ideali.

Un sapere di natura operativa  mette soggetti capaci di linguaggio e di azione in grado di partecipare a pratiche: azioni, atti linguistici, interazioni sociali  che costituiscono i tipi elementari di comportamento guidato da regole.

Nel seguire una regola, l'uso intuitivo del saper fare è preminente rispetto alla sua esplicita conoscenza (Witt.).

Le conoscenze implicite delle regole sostengono l'insieme intrecciato delle prestazioni fondanti di una comunità, in cui si articolano forme di vita.

L'agire sociale consiste  allora nell'interazione normativamente regolata tra soggetti agenti comunicativamente.

Le norme sociali di azione vincolano al rispetto delle regole e l'infrazione delle stesse comporta diversi tipi di sanzioni  (a seconda che si infrangano norme morali,  giuridiche o più semplicemente consuetudini o convenzioni).

Nel passaggio dall'agire comunicativo alla prassi argomentativa, le pretese di verità delle asserzioni possono essere trattate ipoteticamente e giudicate alla luce delle ragioni.

La pretesa di verità che ogni singolo soggetto impone lo confronta con l'opposizione dell’altro, (Witt.), anche se i parlanti si orientano su pretese incondizionate di validità.

Nel processo di de-trascendentalizzazione, i trascendentali  (kantiani) non sono  più collocati fuori del mondo, ma vengono storicamente e culturalmente determinati.

La coscienza trascendentale si trasforma in coscienza socializzata e moltiplicata perché la spontaneità della generazione del mondo è connessa alle grammatiche dei giochi linguistici e delle forme di vita.

Dal pluralismo dei giochi linguistici ne consegue una molteplicità di universi che sono tra loro commensurabili.

Nel saggio che riporta il titolo del volume «Verità e giustificazione», Habermas richiama la tesi di Rorty:

qualcosa vale come giustificazione soltanto in riferimento a qualcos'altro che noi già accettiamo"  perché   “non già uscendo dal nostro linguaggio e dalle nostre opinioni noi possiamo pervenire a un criterio di verifica indipendente dal criterio di coerenza delle nostre affermazioni".

Sorge allora la domanda:

"Perché il fatto che le nostre credenze sono coerenti, posto che lo siano, darebbe la benché minima indicazione che esse sono vere?"

Sebbene la verità non possa venir ridotta alla coerenza e all'affermabilità giustificata, deve esistere una relazione interna fra verità e giustificazione.

 

Nella quarta e ultima parte, «Limiti della filosofia», alla domanda sull'efficacia pratica della filosofia, Habermas risponde che

 

"nulla è più pratico della stessa teoria perché la teoria promette un processo di formazione che è via di conoscenza e di salvazione nello stesso tempo.”