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Stefano MASO, Rischio, Venezia

Cafoscarina editrice, 2003

 

   
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prefazione di Roberto Esposito

 

 

   

Quella che segue non è una presentazione del saggio di Maso: come tutti i libri di qualità, anche il suo non ne  ha bisogno, nel senso che si presenta da sé nella maniera migliore. Ciò che piuttosto vorrei sottolineare è qualcosa che va oltre il rilievo del testo presente, per costituire il segno, o il sintomo, di una trasformazione più generale del lavoro filosofico che da qualche tempo, e da più parti, si va profilando. Anche nel caso di un autore come Maso, sicuramente competente sul piano della storiografia filosofica antica e moderna, ciò che conta, che costituisce l’urgenza e la forza del suo lavoro, non sta all’interno, ma all’esterno, della storia del pensiero. O più precisamente sul margine che separa interno ed esterno. Anche se un problema è stato pensato dai classici, antichi e moderni, come è appunto il caso del rischio, ciò che ne rende necessaria la rivisitazione nasce dalla realtà che viviamo. Noi, oggi, in maniera sempre più intensa. Ciò non toglie che lo si possa - e lo si debba - guardare anche, e forse soprattutto, con lo sguardo radicale della filosofia. Ma appunto perché, come ebbe a dire Michel Foucault a proposito dell’atteggiamento di Kant nei confronti dell’Illuminismo, la domanda di fondo del filosofo contemporaneo non riguarda più l’origine, o il fine, ma l’attualità del processo storico-concettuale: che cos’è questo presente in cui viviamo, cosa esso ci dà veramente a pensare, cosa di esso dobbiamo cogliere, riconoscere, afferrare?

Il tema del rischio appartiene sicuramente al filo che lega la filosofia al nostro tempo. Non a caso da qualche anno esso è al centro di un’ampia letteratura sociologica, antropologica, politologica che va da Luhmann alla Douglas, da Beck a Bauman: la nostra società è essenzialmente società del rischio, nel doppio senso che lo produce e se ne difende. O anche meglio - come io stesso ho cercato di argomentare in un testo richiamato anche da Maso - se ne difende appunto riproducendolo attraverso una dialettica immunitaria che cerca la salvezza, o la salute, attraverso l’assunzione parziale e controllata di quello stesso rischio che pure intende tenere a bada. Fino al punto in cui, tuttavia, questo meccanismo di ricarica infinita tra rischio ed assicurazione minaccia di spezzarsi con effetti potenzialmente disastrosi sull’intero sistema. La stessa situazione creatasi nel mondo a partire dall’attacco terroristico del 11 settembre di due anni fa può essere interpretata come una «crisi immunitaria» - uso l’espressione nello stesso senso in cui René Girard parla di «crisi sacrificale», allorché la violenza spezza il cerchio in cui è chiusa la vittima per rovesciarsi sull’intero quadro - innescata dallo scontro mortale di due ossessioni autoprotettive contrapposte, quella del fondamentalismo di una parte del mondo arabo e quella del fondamentalismo di una parte del mondo occidentale.

Rispetto a quest’asse di discorso, il testo di Maso si pone in una dimensione limitrofa ma trasversale: intanto per la distinzione preliminare, e assai bene definita, tra pericolo e rischio, il primo da lui interpretato in chiave oggettiva e il secondo in termini più radicalmente soggettivi. Anziché avanzare l’obiezione - che non gli risparmierebbero, da punti di vista diversi, Heidegger e Luhmann - che a questa distinzione bisognerebbe presupporre una preliminare, e altamente problematica, definizione di soggetto, il punto che comunque mi pare costituire la novità, e anche l’originalità, delle pagine che seguono sta nel rilevamento di un paradosso costituivo della nozione stessa di rischio su cui nessuno degli autori precedentemente richiamati si è soffermato abbastanza: vale a dire l’impossibilità, e soggettiva e oggettiva, di vivere il rischio nella sua assolutezza, in una forma non dialetticamente riconducibile al suo opposto, alla figura della sicurezza, della protezione, della stabilità. Perché? Maso lo spiega con finezza attraverso una serie di riferimenti alla filosofia antica, in particolare greca, e moderna - senza mai perdere, come già si diceva, la bruciante attualità della questione. Rischiare a fondo, rischiare davvero, implica sempre una scelta radicale tra due, o più, possibilità contrarie, come soprattutto Kierkegaard ha messo in chiaro. Solo la decisione - nel senso letterale di tagliarsi ogni ponte alle spalle - porta al suo apice il rischio. Ma - ecco l’antinomia apparentemente insuperabile messa in evidenza dall’autore - una volta che si è deciso, che la scelta ha escluso ogni possibilità di ritornare sui propri passi, necessariamente si entra in una situazione stabile, non più inquietata dall’ansia sul futuro. In questo modo il rischio viene azzerato dalla medesima forza che lo porta al suo estremo. La scelta, in altre parole, se è veramente tale, determina le condizioni della fine della scelta e anche del rischio che le è sempre connesso.

Come fare fronte a questo «rischio» della fine - o della neutralizzazione - del rischio? Maso ricostruisce la risposta, incerta, spesso contradditoria, che la filosofia, da Platone a Nietzsche, ha fornito a questo problema. Come altro è interpretabile il suggerimento kantiano di sondare fino in fondo il terreno su cui poggiamo i piedi della conoscenza acquisita prima di sporgerci nell’ignoto? O anche l’ambivalenza di Nietzsche rispetto allo stesso ruolo della filosofia, da un lato caratterizzato in funzione immunitaria rispetto alle ferite dell’esistenza e dall’altro, al contrario, inteso come infezione che lo stesso pensatore si procura in una forma potenzialmente autodistruttiva? Che dunque la stessa filosofia sia considerata contemporaneamente un rischio e una protezione, un farmaco nella doppia accezione di cura e di veleno, sta a significare appunto l’ineludibilità e l’irresolubilità della questione affrontata da Maso. Naturalmente egli stesso è ben consapevole di non poterla, né forse doverla, risolvere - anche perché la risoluzione filosofica metterebbe ancora una volta, attraverso la solita dialettica, a tacere quell’inquietudine da cui e per cui la sua ricerca nasce. Da parte mia potrei concludere richiamando la medesima irresolubilità nel nodo aporetico tra comunità e immunità - dove la prima allude evidentemente al rischio primo ed originario dell’esposizione all’alterità e la seconda, invece, alla maniera di ripararsene preventivamente. Anche in questo caso è difficile istituire tra di esse una alternativa secca - dal momento che l’una è costruita sul rovescio dell’altra: così come non esiste comunità capace di fare a meno di un qualche rudimentale apparato immunitario, la stessa immunità, biologica e giuridica, lascia trasparire continuamente il «cum» che la circonda e l’attraversa. Non so se a qualche cosa del genere alluda anche Maso quando si riferisce a una zona franca, massimamente precaria e rischiosa proprio perché situata tra l’assoluto rischio e l’assoluta rassicurazione. L’importante è che su questi temi vada sempre più profilandosi un percorso di pensiero capace di fornire più che un semplice stimolo alla pratica filosofica contemporanea.