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Ludwig WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, edizione italiana a cura di Mario Trinchero

ultima edizione: Biblioteca Einaudi, 1999

   
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rec. Nives De Meo

   

 

“(...)Vi è  solo una ‘necessità’ logica nel Mondo, (...)”   

(Wittg. 6.37...Tractatus...)

 La purezza cristallina della logica non mi si era affatto data come un risultato;  è  un’ ‘esigenza’.

(Wittg.107...Ricerche...)

 

 

Ricerche filosoficheè la seconda opera fondamentale di Wittgenstein dopo il Tractatus, iniziata nel 1941 e pubblicata postuma nel 1953.

 

Scritta in forma aforistica (= pensieri come schizzi paesaggistici li definisce l'autore, raccolti in un album), l’opera nel suo complesso rappresenta un totale ripensamento e una revisione in chiave "filosofica" del Tractatus logico-philosophicus;

con conseguente abbandono di qualsiasi dottrina del significato all'interno di un linguaggio perfetto dotato di una struttura uniforme e omogenea, come già annunciato nei “Quaderni” ( Blue Book e Brown Book), il secondo dei quali può esser considerato un'anticipazione delle intuizioni raccolte nelle Ricerche.

 Nell 'introduzione al testo, Mario Trinchero sottolinea che le idee presentate e descritte  dall’autore nelle Ricerche, risentono, dichiaratamente, dell'influenza del matematico intuizionista Brower, che tendeva ad eliminare dalla matematica tutto quanto non fosse costruttivo: il principio del terzo escluso, la legge della doppia negazione, l’infinito attuale;

e per il quale

 “la logica non è il fondamento di ogni linguaggio matematico e non  (il corsivo è mio), ma semplicemente una tecnica appresa che si fonda essenzialmente sul linguaggio quotidiano”,

così come

“l'aritmetica non è una summa di leggi immutabili indipendenti dal pensiero, ma deriva da attività fondate sull'“intuizione originaria” della successione dei numeri naturali e appartiene al patrimonio di pensieri che l'umanità ha accumulato nel corso della sua storia. “ (Brower)

 

 Wittgenstein rinnega la convinzione che la logica sia un linguaggio essenziale indispensabile alla sussistenza di ogni altro linguaggio,

e tenta di elaborare l'ipotesi che si tratti di uno dei tanti linguaggi, che la filosofia ha il compito di descrivere:

La filosofia  non può in nessun modo intaccare l’uso effettivo del linguaggio; può in definitiva soltanto derscriverlo.
Non può nemmeno fondarlo.

Lascia tutto com’è.         (...)(122)

 “(...)Lo stato civile della contraddizione, e il suo stato nel mondo civile: questo è un problema filosofico?” (125)

 “La filosofia si limita, appunto, a metterci tutto davanti, e non spiega e non deduce nulla. -Poiché è tutto lì in mostra, non c’è neanche nulla da spiegare. Ciò che è nascosto non ci interessa.

“Filosofia” potrebbe chiamarsi tutto ciò che è possibile prima di ogni nuova scoperta o invenzione.(126)

“...ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. (Witt.)

 

 

Anche la “grammatica consisterebbe  in una sorta di supervisore del linguaggio, non tanto e non solo con funzione normativa o esplicativa, quanto ancora una volta  descrittiva.

In quest’opera compare il concetto di “gioco linguistico, già presente nel secondo dei Quaderni, dove l’autore parla di “giochi linguistici”, intesi come diverse forme di comunicazione, precedenti alla comprensione delle singole parole che vi compaiono e che richiedono addestramento e pratiche d'uso.

Quanto esposto nelle Ricerche non può essere considerato dunque, nella sua globalità una  "dottrina del linguaggio", ma una presentazione del linguaggio in una una veste simile a quella del "gioco degli scacchi".

La questione fondamentale sottesa in questo testo, secondo Trinchero, è l'interrogazione di quale sia la forma generale delle proposizioni, distinte tra proposizioni definite in uno spazio logico e proposizioni situate nella categoria del mistico; nonché quale sia la forma generale di un qualsiasi linguaggio e in che cosa consista la pluralità dei linguaggi.

Wittgenstein libera il linguaggio aritmetico e il linguaggio di tutti i giorni dalla necessità strutturale di un significato univoco di una “forma generale” delle proposizioni.

E' l'attenzione alle forme primitive del linguaggio e ai processi di apprendimento delle forme paradigmatiche che stanno alla base del linguaggio comune a portare l'autore alla formulazione del concetto di “gioco linguistico”.

“(... giuochi da scacchiera, giuochi di carte, giuochi di palla, gare sportive e via discorrendo. Che cosa hanno in comune tutti questi giuochi?- non dire :

“ Deve esserci  qualcosa di comune a tutti , altrimenti non si chiamerebbero ‘giuochi’”- ma guarda se ci sia qualcosa di comune a tutti? -  Infatti, se li osservi, non vedrai certamente qualcosa che sia comune a tutti, ma vedrai somiglianze e parentele, e anzi ne vedrai tutta una serie. Come ho detto: non pensare ma osserva!- (66)

“(...) Non posso caratterizzare queste somiglianze meglio che con l’espressione “somiglianze di famiglia(67)

“Il concetto di ‘giuoco’ è un concetto dai contorni sfumati” (71).

  

I giochi linguistici costituiscono una sorta di complesso di mosse limitate e vincolate da precise regole, procedure da rispettare affinché ci sia comprensione e comunicazione ed eventuale accordo. Seguire una regola è una prassi.

Un qualsiasi segno, come una figura degli scacchi, acquista identità significante nell'attivazione della pratica d'uso, che rende possibile anche il senso stesso.

Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio (48).

L'uso assume quindi un carattere inaugurale.

 

I giochi linguistici possono essere diverso tipo, a seconda degli obiettivi cui sono finalizzati.

E' un gioco linguistico primitivo, il ‘battesimo nominale’ degli oggetti in modo ostensivo:  indicandoli, denominandoli e ripetendoli.

 Questo atto richiede un contesto in cui, più o meno consapevolmente, si conoscano e siano accettati i modi convenzionali e gli scopi delle definizioni ostensive; il tutto all'interno di situazioni di coesistenza, convivenza e di pratiche reiterate che Wittgenstein definisce “forme di vita”.

Ogni gioco linguistico particolare acquista significato solo all'interno di un contesto( linguistico), vale a dire all'interno di un linguaggio e delle sue dinamiche strutturali, che ne conferiscono il senso; questa affermazione colloca la speculazione di Wittgenstein a grande distanza dalla tradizione  filosofica occidentale per cui la conoscenza del mondo "esterno" ha inizio da esperienze interiori non mediate linguisticamente da regole d'uso collettivo.

Lo stesso  parlare è una attività pratica, una abilità appresa dal patrimonio collettivo. 

Un sistema linguistico può esser considerato come un insieme complesso di giochi linguistici finalizzati a forme di comunicazione e di convivenza:

(...) "Inoltre chiamerò ‘gioco linguistico’ anche tutto l'insieme costituito dal linguaggio e dalle attività di cui è intessuto."(Witt.)

L'ostinata analisi riduzionista di sistemi di segni, grafemi, parole, fonemi, proposizioni,  formule, significati, implicazioni, deduzioni, valore di verità,  quali indicatori chiave per comprendere l'essenza di un linguaggio, viene definitivamente abbandonata.

Conseguentemente, vengono a cadere molte “superstizioni” sulla omogneità o completezza di  linguaggio provocate dal radicarsi di credenze dovute semplicemente ad  illusioni di natura grammaticale.

Il linguaggio non si configura più (cfr. Quaderni) come lo spazio logico dell'analisi, né l'archivio in cui sono custodite le strutture logiche del mondo che rendono possibile le sue forme significanti.

L'unica funzione della filosofia relativamente al linguaggio è dunque è di natura terapeutica, nel senso che può liberare dall'illusione che esistano “problemi filosofici” in quanto tali.

 

Nella seconda filosofia wittgensteiniana non ritroviamo più il disprezzo per i casi particolari.

Per l'autore delle Ricerche, non ha senso parlare di un'unica forma di pensiero: ma ogni forma di pensiero (umano) esige una sua forma propria di linguaggio, senza la necessità di essere espresso entro uno schema univoco.

 In questo consiste essenzialmente la svolta wittgensteiniana rispetto al Wittgenstein del Tractatus, secondo le indicazioni di Pears.

I cosiddetti problemi filosofici dipendono da un uso esasperato o scorretto delle convenzioni linguistiche.

“Un problema filosofico ha la forma: «Non mi ci raccapezzo»”. (123)

Riformulando "correttamente" il supposto problema filosofico, esso si dilegua.

E' «lì in mostra» e  «non c'è nulla da spiegare».

Dal punto di vista grammaticale si dimostra inconsistente e privo di senso.

 

Credere, conoscere, sapere, eseguire, obbedire acquistano valenza significante non in quanto manifestazioni di stati di coscienza, ma in quanto espressioni di comportamenti convenzionali comuni, dovuti a pratiche, applicazione di regole reiterate, abitudinarie che appartengono a sistemi di istituzioni consolidate.

Analogamente, sono possibili “stati internicome il dolore, il piacere, la paura, la speranza, nel senso di un linguaggio privato, in quanto, ancora una volta, contestualizzati all'interno del sistema linguistico collettivo.

Nella parte seconda delle ricerche, Wittgenstein abbandona definitivamente l'illusione della possibilità meccanica di una riduzione degli stati interni all'analisi descrittiva  delle parole d'uso  che li rappresentano; nella stessa, si  può intravedere il tentativo di individuare un criterio che permetta di parlare degli stati interni in forma in qualche modo oggettiva,  per consentire alla filosofia, in quanto discorso, di esprimersi su “forme di vita” complesse.

L'interesse centrale rimane comunque l'indagine dei fondamenti della logica e della matematica, con cui si concludono le Ricerche e a cui l’autore da un taglio psicologico.

Il linguaggio dell'aritmetica è un insieme complesso di tecniche, non troppo diverso dal linguaggio ordinario, che si inseriscono-nella e contribuiscono-alla  pratica effettiva di “forme di vita“, considerate "il modo originario di essere nel mondo".

L'aritmetica non è un sistema oggettivo di essenze, principi, regole e strutture immutabili dell'essere, ma di "invenzioni"[1], la cui origine è rintracciabile nella grammatica del linguaggio comune e delle sue istituzioni.

Si tratta per Wittgentstein di paradigmi grammaticali,

 “assunti una volta per tutte...

e indipendentemente da ogni esperienza futura” (92)[2]

all'interno dei nostri linguaggi, convenzioni prive di qualsiasi necessità.

La matematica non dipende dai nostri stati psicologici né dalle "strutture"( !) del mondo esterno; la capacità di interattività con lo sfondo ( il corsivo è mio) e il suo valore di patrimonio intersoggettivo vanno cercati nelle strutture del linguaggio e delle pratiche concrete, dove si possono ritrovare le forme sintattiche archetipiche su cui si è edificata la nostra conoscenza.

 



[1]  Personalmente, sostituirei il termine "invenzioni" con  costruzioni poieticamente-vincolate”.

[2] Non condivido l’espressione “una volta per tutte”, così come non condivido l' idea che cambiamenti di regole in ambito logico-matematico o nelle pratiche linguistiche quotidiane siano irrealizzabili in quanto fortemente legate alla storia dei processi di evoluzione storico-naturale, che costituiscono s“ un vincolo strutturale, ma non privo di possibilità evolutive dovute a pratiche future.