Alberto Madricardo: Località paniche

 

(lunedì 20 novembre 2000)


 

abstract

 

 

Con "località paniche" si intendono indicare i luoghi di senso nei quali l'esistenza non è costretta alla sua gratuita fatticità, ma riceve conferma e compimento dal contesto del tutto in cui si trova. Luogo panico è perciò "la terra che da frutti"(Fruchtland) in cui l'esistenza mette radici robuste, cresce (crescere è maturare senza soluzione di continuità, assumendo dalle radici). L'uomo si costruisce rappresentazioni all'interno delle quali cerca di radicare la sua crescita. Il suo rappresentare e rappresentarsi è anzi il suo modo di stare nell'essere, ma nella condizione in cui l'essere è indistinguibile dalla mancanza.

La rappresentazione infatti è insieme causa ed effetto della condizione ontologica nella quale per l'uomo "il mondo è, ma gli manca qualcosa (non è)". Questo dice la (ogni) rappresentazione: tra inizio o fatticità dell'esistere, e compimento (o conferma e crescita), c'è una distanza che deve essere colmata.

La manifestazione della struttura essenziale della (di ogni) rappresentazione ad opera della filosofia conduce al riconoscimento della incolmabilità della distanza e dunque della vanità ontologica della stessa. Il nichilismo è l'esito della critica della rappresentazione, per cui risulta: "il che è del mondo è che gli manca qualcosa (= non è)". Ovvero: ciò che è, è irrimediabilmente confuso con ciò che non è.

A causa del nichilismo non vi è più alcuna "terra che da frutti", ma il deserto in cui predomina la mancanza. Il destino dell'uomo è quello della dissoluzione di ogni rappresentazione di senso e di ogni tentativo in essa di un suo irrobustimento nell'essere. A lui si prospetta una ripetizione infinita del tentativo, nelle rappresentazioni, di vincere la rappresentazione dell'essere come mancanza , e di raccogliere solo la vanità dei suoi tentativi.
Che cosa c'è di più forte della rappresentazione della vanità del tentativo del compimento del mondo, che mai si dà?

C’è l'assunzione del «mai», o eterno ritorno, che non si dà in rappresentazione, sia pure negativa, ma come irrappresentabile esperienza.

Il «mai» si può sfiorare e costeggiare con il pensiero rappresentante, ma attraversare si può solo facendosene incidere. Nella rappresentazione "i due lati o duplicità essenziale del pensiero" (il "che è" e "che non è") sfuggono l'uno fuori dell'altro e insieme, perciò, anche si confondono (l'uno, né con, né senza, l'altro). Il nichilismo si limita a manifestare ciò. Nel «mai» o eterno ritorno i due lati del pensare (il "che è" e il "che non è", o manca) sono costretti nella unità assoluta e perciò anche sono tenuti nell'assoluta differenza: cioè stanno nell'impossibilità di separarsi-confondersi e confondersi-separarsi insieme dando luogo ad una rappresentazione.

Il «mai» o eterno ritorno è un muro liscio che stringe il pensiero da ogni parte e non lascia costituirsi in lui la rappresentazione. La "terra panica, che dà frutti" è per il pensiero il residuo (l'incisione) irrappresentabile su di lui (sul "corpo" del pensiero) dell'esperienza dell'eterno ritorno.

Il pensiero stesso, come tale, diviene grazie all'esperienza irrappresentabile del «mai»; è la parte del gradino più lucida, perché più consunta dai passi, è la pelle più delicata e più rosea, perché rigenerata sulla ferita.

 

 

 

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